AC/DC, 'Rock or bust': il primo ascolto

AC/DC, 'Rock or bust': il primo ascolto

Tornano gli AC/DC, a sei anni dal loro ultimo album - "Black ice" del 2008. "Rock or bust" per la band è il quindicesimo disco in studio (il diciassettesimo se contiamo i primissimi due, usciti solo per il mercato australiano, nel 1975) in oltre 40 anni di attività. Una situazione per certi versi rischiosa... perché la domanda cruciale è: quanto può competere un album di materiale scritto e inciso a 60-65 anni contro la musica fatta a 20-25, pieni di energia e rabbia giovanile? E poi come suoneranno gli AC/DC senza Malcolm Young?

Ebbene, fortunatamente "Rock or bust" non è un disco di routine, di quelli che i veterani sfornano giusto per avere un pretesto per andare in tour. Anzi, è probabilmente uno dei migliori che Angus Young e compari sfornano dalla metà degli anni Ottanta. Conciso, tirato, duro, semplice e... AC/DC al 100%. Diciamo che non li sentivo così almeno da "Flick of the switch", forse il capitolo finale dell'era "classica" della band, a livello di sound.
I maestri del genere sono sempre loro: l'anagrafe rema contro, ma il rock a volte è più forte. Sia chiaro: non siamo di fronte a un "Back in black" o a un "Highway to hell", ma è un lavoro onesto e convincente come non era così scontato aspettarsi. E anche se al posto di Malcolm c'è Stevie, alla fine l'amalgama resta pressoché invariata. Il sangue di famiglia non tradisce, evidentemente.

Ecco alcune rapidissime impressioni a caldo, dopo un primo ascolto di "Rock or bust"...

"Rock or bust": la title track con incipit un po' alla "Nervous shakedown" (riecco "Flick of the switch"), è un tipico inno in stile AC/DC che accontenta tutti, subito in apertura... tanto per mettere in chiaro fin dal principio chi siamo e cosa stiamo facendo.

"Play Ball":  semplicità e zero fronzoli. Un pezzo di rock'n'roll che in mano a qualunque altra band suonerebbe come minimo banale. Non suonato dagli AC/DC, però... loro possono permetterselo e zittire tutti. Bello il solo di Angus.

"Rock the blues away": un bluesaccio rockato, con piacevole deriva southern. Il testo parla di donne e alcool, la musica ti porta immediatamente in un pub con una mezza dozzina di medie doppio malto sul tavolo. Non memorabile, ma efficace.

"Miss adventure": groove quasi funky, riff ipnotico, circolare, che non lascia tempo di pensare. Ma la testa inizia a muoversi subito. Peccato per il ritornello non troppo a presa rapida, che sembra una prova scartata per quello di "Thunderstruck".

"Dogs of war": il pezzo mid tempo più scuro è praticamente d'obbligo in un album degli AC/DC che si rispetti. E loro ce lo danno. Su un riff blues la band costruisce un brano con taglio epico, quasi NWOBHM. Bella la scelta di non esagerare col minutaggio... e il finale con Angus che fa duettare la sua SG con la voce di Johnson.

"Got some rock & roll thunder": business as usual. Un pezzo da Bignami degli AC/DC con tutti gli elementi al loro posto. Dejà vu sicuramente, ma il risultato viene portato a casa egregiamente. Blues + rock'n'roll. E quel suono di chitarra caldo, pulito, squillante, con il gain mai esagerato...

"Hard times": un brano bello grezzo, cattivo e heavy, con un tocco di metal anni Ottanta.

"Baptism by fire": una sorta di omaggio agli anni di Bon Scott, con un riff che ti vien subito voglia di provare a suonare e tutte le dinamiche pieno-vuoto che rendono riconoscibili i pezzi degli AC/DC.

"Rock the house": gli AC/DC si travestono da Led Zeppelin!

"Sweet candy": rock ad alto voltaggio for dummies. Con quel piglio stomp che ti prende e ti fa alzare in piedi senza che te ne accorga.

"Emission control": chiusura senza botto, ma con un onesto pezzo rock'n'roll. Con Angus protagonista assoluto del finale.

[Andrea Valentini]

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