Super Bowl 2015, il no di Katy Perry all'NFL: 'Non pago per lavorare'

Super Bowl 2015, il no di Katy Perry all'NFL: 'Non pago per lavorare'

Durante lo scorso mese di agosto si era diffusa la notizia secondo cui i vertici della NFL (la National Football League statunitense) avrebbero fatto una proposta commerciale a tre artisti papabili per esibirsi nel tradizionale concerto che si tiene nell'intervallo della partita più importante della stagione, il Super Bowl. In pratica l'organizzazione ha domandato a Coldplay, Rihanna e Katy Perry la disponibilità a esibirsi, ma pagando per farlo - in pratica dando un prezzo alla visibilità enorme che un simile evento può dare a un artista.

Da subito alcune indiscrezioni parlavano di una risposta - da parte degli artisti - piuttosto fredda a questo invito.

E ora, a confermare quanto appena detto, giunge una dichiarazione di Katy Perry, che durante un'ospitata nel programma statunitense "College Game Day" ha detto: "Sì, abbiamo avuto delle conversazioni in proposito e sarebbe un onore per me ma. ho comunicato loro che io non sono il tipo di ragazza che è disposta a pagare per il Super Bowl, quindi. ora la palla va a loro".

Questa nuova policy della NFL al momento, dunque, sembra non essere particolarmente gradita, né proficua. Fino a ora a nessun artista era stato chiesto alcun contributo economico per esibirsi durante il Super Bowl e - evidentemente - nessuno al momento è intenzionato ad aprire il portafoglio.
La NFL sembra che, in cambio dello spot più importante della serata televisiva del Super Bowl, abbia chiesto agli artisti una percentuale sui guadagni dei tour post-evento, oppure una cospicua donazione per sovvenzionare le casse dell'ente.
I termini della proposta, comunque, sono riservati e i portavoce della NFL mantengono uno stretto silenzio sull'argomento.

Per comprendere realmente l'oggetto del contendere - l'esposizione durante quello che viene chiamato l'halftime show, in quarto d'ora che intercorre tra il primo e il secondo tempo dell'incontro - occorre avere un'idea della portata mediatica della finale del campionato di football a stelle e strisce. Il Super Bowl è l'evento televisivo più importante della stagione statunitense, che non manca di far segnare ascolti da record: considerato di fatto tra i giorni di festa nazionale - la prima domenica di febbraio, conosciuta come Super Bowl Day - l'evento, negli ultimi anni, sta guadagnando, se possibile, ancora più attenzione. Basti pensare che l'ultima edizione della finale - quella tenutasi lo scorso mese di febbraio che ebbe come ospiti musicali Bruno Mars e Red Hot Chili Peppers (contestati, tra l'altro, perché esibitisi - come da policy degli organizzatori - su basi pre-registrate) - con una media di oltre 110 milioni di spettatori (saliti a 115 proprio durante l'intermezzo musicale) è diventata la trasmissione più vista nella storia della televisione americana superando anche la leggendaria puntata finale di "M*A*S*H*" del 1983, che con 105 milioni di telespettatori raccolti durante la prima messa in onda ha rappresentato per tre decenni una pietra miliare dell'audience a stelle e strisce.

Ecco spiegata, agli occhi di noi europei estranei all'epica del Super Bowl, la portata mediatica degli "incidenti" avvenuti sul palco della finale, piccole curiosità da derubricare a bagatelle da live show che - trasmesse su oltre 100 milioni di piccoli schermi - fanno parlare (e lavorare avvocati) per anni: oltre all'ormai leggendario (e più o meno volontario) wardrobe malfunction di Janet Jackson nel 2004, che scoprendo un capezzolo (coperto) fece parlare e scrivere per anni, è da segnalare il dito medio esposto a M.I.A. a favore di camera durante l'esibizione con Madonna su "Give me all your luvin'" nel 2012, per il quale in prima battuta la NFL chiese alla cantante un milione e mezzo di dollari a titolo di risarcimento danni. Perché con un centinaio e passa di telespettatori - e con spazi pubblicitari venduti a peso più che d'oro - l'imprevisto non è un'opzione...  

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