Rufus Wainwright: 'Amo il melodramma, come gli italiani'

Rufus Wainwright: 'Amo il melodramma, come gli italiani'
Il suo nome è (purtroppo) sconosciuto ai più in Italia. Ma c’è da giurare che sarà una bella sorpresa per chi, questa sera all’Arena di Verona e domenica 11 a Roma, lo vedrà aprire i concerti italiani di Sting. Si chiama Rufus Wainwright, ed è una delle più belle e originali realtà della canzone d’autore d’oltre oceano, con una musica che unisce gli opposti: la tradizione del songwriting classico pre-rock ‘n’ roll e la postmodernità di Radiohead (è stato spesso paragonato a Thom Yorke per la sua lirica voce).

Rufus è figlio d’arte (suo padre è Loudon Wainwright III, sua madre Kate McGarrigle, entrambi stimatissimi folk singers). E lo scorso novembre ha pubblicato il suo terzo disco, “Want one” (finito anche nella classifica di fine anno di Rockol – vedi recensioni), che sarà seguito da un “Want two” il prossimo autunno.
”Quando sono entrato in studio per incidere il disco ero reduce da un gran brutto periodo di problemi personali e avevo staccato la spina dal music business”, spiega Rufus a Rockol, che l’ha incontrato ieri, 8 giugno, a Milano. “E improvvisamente la musica ha iniziato a fluire: ho scritto oltre 30 canzoni e ho finito per dividerle il tutto in due dischi. Il primo, quello già uscito, parlava proprio dei miei problemi. ‘Want two’ sara più ‘politico’, più scuro e dedicato a cio che ci sta intorno”.
I “problemi personali” cui Rufus fa discretamente cenno sono dovuti ad un turbolento inizio di carriera: due dischi (quello eponimo di debutto e “Poses”) osannati dalla critica, la nomea “di prossima star” e un’ambizione non sempre soddisfatta da risultati eccellenti ma non eclatanti: tutto questo ha fatto brutti danni. “L’ho capito solo ora che il music business funziona così: ti monta e poi ti distrugge. Ho sempre pensato: ‘un po’ di talento ce l’ho, il mio aspetto non è male, perché non mirare ad essere una rockstar? Però poi ho dovuto allontarmi dalla musica per non farmi distruggere da quest’idea. Anche per questo ora ascolto molta opera: per ricordarmi che, comunque vada, non potrò mai essere grande come Verdi o Wagner”.

Alcuni sostenitori, in questa battaglia, li ha sempre avuti: colleghi più noti e famosi che, innamorati della sua musica, l’hanno spinto a più riprese: da Elton John e David Byrne, che l’hanno voluto nei loro ultimi dischi, a Sting: “Il mondo del music business è così, è piccolo: tutti si conoscono”, quasi si schermisce Rufus. “Sting lo conosco da un po’ di tempo, e recentemente ho cantato ‘King of pain’ ad un suo tributo. Gli sono piaciuto e mi ha invitato nel suo tour. Un duetto con lui? Se me lo chiedesse sarei contento, ovviamente.”
E altri sostenitori li ha avuti, ovviamente, nella sua famiglia: “Ho avuto un’educazione molto musicale grazie a mia madre con cui sono cresciuto in Canada” (i genitori si sono separati quando Rufus era bambino). “E a mio padre devo di fatto il mio primo contratto: quando ha visto strani personaggi offrisi di presentarmi alle case discografiche, ha fatto avere una mia cassetta a Van Dyke Parks”. Il grande arrangiatore e orchestratore gli ha poi fatto avere il contratto con la casa discografica Dreamworks, gruppo Universal.
Cosa farà Rufus all’Arena? “Sicuramente qualcosa di molto drammatico. Gli italiani amano il melodramma, non è vero? A Milano sono passato di fronte alla Scala e all’hotel in cui è morto Verdi ed ero emozionatissimo…”.
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