Credits: Marina Mazzoli / Concessione in uso a Rockol
"La Repubblica" dedica un’intera pagina al compleanno n.50 di Antonello Venditti, celebrato l’8 marzo all’Università "La Sapienza" di Roma. Il quotidiano pubblica un racconto della giornata, un intervento critico di Gino Castaldo sul coraggio di Venditti di "essere popolare", e un’intervista di Ernesto Assante. Ecco alcuni passaggi da quest’ultima, dove si parla della musica, di Sanremo, dei vecchi amici e del concerto con Bono a Berlino:
«Lei appare pochissimo. Niente varietà, niente pubblicità.
"Uno della mia età ha il dovere di farsi schifo il meno possibile. Mi hanno chiesto mille volte di girare degli spot, ma ho sempre rifiutato. La cosa che più mi ha disturbato a Sanremo è stata proprio la pubblicità inserita subdolamente nello spettacolo. Quel telefonino di Pupo che squillava all'improvviso, i collegamenti per decantare le virtù di un'automobile. Certo, un premio Nobel riusciva perfettamente a discernere i due momenti dello spettacolo. Ma la massa dei telespettatori?".
Non l'ha mai sfiorata l'idea di far parte della rassegna, magari come superospite?
"La mia idea è che l'ospite debba essere uno. Che non si può ingorgare un programma con mille personalità. Qualcuno potrebbe essere indotto a pensare: "Ma che ha fatto quello di tanto speciale? In fondo è stato solo una volta sulla luna". Basta con questo inganno sublime. Anche molti videoclip sono carichi di messaggi subliminali inventati dagli sponsor. Cos'è allora la musica? Protagonista, o mezzo per vendere altri prodotti?".
"Niente di niente, sono un cantautore, scrivo e canto canzoni. E mi vanto di averlo fatto sempre, anche quando cercavano d'impedirmelo, negli anni Settanta, quando i politici avevano capito lo straordinario mezzo di comunicazione che avevamo in mano e cercavano di appropriarsene. E se non ci riuscivano ci boicottavano. Ho suonato in sale malandate, con la pioggia che veniva giù dal tetto. Ho suonato con il pianoforte scordato. Quando uno ha voglia di cantare canta e basta. Niente Pavarotti, ma una totale adesione a "Giubileo 2000" (insieme a Bono, Prodigy, Geldof, etc.) per cancellare il debito pubblico nei paesi poveri".
Cosa rimpiange dei bei vecchi tempi?
"L'entusiasmo che si respirava nel mondo della musica. Quando le canzoni si scrivevano e si cantavano. Senza rispettare i tempi delle uscite discografiche, senza dover fare il giro delle sette chiese per promuovere una canzone. Ricordo che avevo sei milioni in banca e cercai di finanziarmi una tournée. Mia moglie diceva che ero pazzo, e in effetti il gruzzolo ne fu intaccato".
Cosa le manca di più?
"Mio padre e De André. Erano simili in qualche modo. C'è una canzone del nuovo album che uscirà in settembre ispirata da Fabrizio. E' la nona dell'album, un'aggiunta. Per me otto è il numero perfetto in un disco".
Rimpianti?
"Gli anni del Folkstudio, con De Gregori. Che errore abbandonarlo quando cominciammo a incidere dischi».
«Lei appare pochissimo. Niente varietà, niente pubblicità.
"Uno della mia età ha il dovere di farsi schifo il meno possibile. Mi hanno chiesto mille volte di girare degli spot, ma ho sempre rifiutato. La cosa che più mi ha disturbato a Sanremo è stata proprio la pubblicità inserita subdolamente nello spettacolo. Quel telefonino di Pupo che squillava all'improvviso, i collegamenti per decantare le virtù di un'automobile. Certo, un premio Nobel riusciva perfettamente a discernere i due momenti dello spettacolo. Ma la massa dei telespettatori?".
Non l'ha mai sfiorata l'idea di far parte della rassegna, magari come superospite?
"La mia idea è che l'ospite debba essere uno. Che non si può ingorgare un programma con mille personalità. Qualcuno potrebbe essere indotto a pensare: "Ma che ha fatto quello di tanto speciale? In fondo è stato solo una volta sulla luna". Basta con questo inganno sublime. Anche molti videoclip sono carichi di messaggi subliminali inventati dagli sponsor. Cos'è allora la musica? Protagonista, o mezzo per vendere altri prodotti?".
Dunque niente Festival, niente libri, niente Pavarotti International...
"Niente di niente, sono un cantautore, scrivo e canto canzoni. E mi vanto di averlo fatto sempre, anche quando cercavano d'impedirmelo, negli anni Settanta, quando i politici avevano capito lo straordinario mezzo di comunicazione che avevamo in mano e cercavano di appropriarsene. E se non ci riuscivano ci boicottavano. Ho suonato in sale malandate, con la pioggia che veniva giù dal tetto. Ho suonato con il pianoforte scordato. Quando uno ha voglia di cantare canta e basta. Niente Pavarotti, ma una totale adesione a "Giubileo 2000" (insieme a Bono, Prodigy, Geldof, etc.) per cancellare il debito pubblico nei paesi poveri".
Cosa rimpiange dei bei vecchi tempi?
"L'entusiasmo che si respirava nel mondo della musica. Quando le canzoni si scrivevano e si cantavano. Senza rispettare i tempi delle uscite discografiche, senza dover fare il giro delle sette chiese per promuovere una canzone. Ricordo che avevo sei milioni in banca e cercai di finanziarmi una tournée. Mia moglie diceva che ero pazzo, e in effetti il gruzzolo ne fu intaccato".
Cosa le manca di più?
"Mio padre e De André. Erano simili in qualche modo. C'è una canzone del nuovo album che uscirà in settembre ispirata da Fabrizio. E' la nona dell'album, un'aggiunta. Per me otto è il numero perfetto in un disco".
Rimpianti?
"Gli anni del Folkstudio, con De Gregori. Che errore abbandonarlo quando cominciammo a incidere dischi».
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