Fumi di Londra: Lory Muratti incontra Vinicio Capossela

La sera oltre le porte di questa estate inglese ha colori che a noi tre piace osservare da vicino quando usciamo da una nuova lunga giornata di recording.

Stef e Cristian riprendono a raccontarsi la loro vita ed io, al contrario, smetto di colpo di parlare, stanco di una lingua che non è la mia con la quale passo però i giorni a confrontarmi cantando e combattendo una strana guerra d’amore e ossessione. Silenzi rotti con rabbia dentro errori che solo ripetendo innumerevoli volte è possibile comprendere, proprio come quando si litiga con un’amante ottusa e arrogante che crede di avere sempre ragione.
Dopo una sigaretta a far da contorno ai nostri volti di solito ci salutiamo qui, davanti allo studio, e ci separiamo fino al mattino successivo. Cristian ed io incamminandoci verso la fermata dell’overground di Hackney Central, Stef verso una notte profonda che ogni volta lo conduce in luoghi differenti, nel letto di chi lo attende. Stasera però è diverso, stasera abbiamo bisogno di camminare, respirare, mangiare qualcosa e arrivare in ritardo domani.
“Ti farà bene raccogliere un po’ d’aria fuori da quel vocal booth…” dice Stef allungando il passo, quando capisce che sto ancora pensando a ciò che abbiamo lasciato in sospeso e che potrei esser colto dalla tentazione di tornare in studio. Cristian mi chiede invece come si intitolava quel brano delle Warpaint che sentivamo suonare oggi a pranzo, ma non basta a distrarmi. Non bastano le nostre camminate esuberanti e piene di vita, o il cigolio delle biciclette che passano nella via. Non bastano i rami degli alberi del parco che invadono il marciapiede, sotto i quali Cristian va a nascondersi provando a farci inciampare. Non basto io che riprendo improvvisamente voce e dico: “Andiamo in quel ristorante italiano lungo Broadway Market dove eravamo stati un paio di settimane fa. Come si chiamava? Era un nome così scontato…” “Dolce Vita” risponde Stef senza voltarsi, se non per salutare una ragazza che non conosce e che ci supera indifferente.
“Sì, esatto, è quello.” dico “Andiamo lì…”

“La prima cosa che ho pensato vedendoti entrare con quella sciarpa al collo, la barba, i lunghi capelli e completamente vestito di nero è che mi ricordavi un volto del passato” mi dice Vinicio Capossela quando, incuriositi dal ritrovarci entrambi qui, evitiamo domande ma avviciniamo i nostri tavoli nell’angolo del locale dove le vetrate si affacciano sulla notte di Hackney e su quel poco che resta della sua atmosfera disadattata. Io allora chiedo, lusingato:
“Come mi hai dunque immaginato?”
“Come un carbonaro anarchico insurrezionale” mi sussurra lui in un orecchio, tenendomi per un braccio come per non farmi cadere dalle strane vette sulle quali ci troviamo a confessarci segreti.
Io sorrido per riempire il vuoto di parole che non trovo mentre lo guardo e mi chiedo se sarei in grado di dare a mia volta una definizione di ciò che lui è in questo istante ai miei occhi. Una cameriera ci interrompe per chiederci cosa vogliamo bere, e gli amici con cui Vinicio è a cena tornano a lui come un’eco dicendo: “Birra?” Vinicio fa un cenno di assenso, come a sottointendere che quello che sceglieranno loro andrà bene anche per lui, e torna a me.
“Oggi è il 29 luglio” dice guardandomi dritto negli occhi.
“Sì, credo di sì.” ribatto io “Perché? Che succede?”
“È l’anniversario…” dice stringendo le mani come a cercare un anello da far girare fra le dita che però non trova.
“Di cosa…?” chiedo con cautela, capendo dal suo sguardo che da bravo carbonaro anarchico insurrezionale lo dovrei ben sapere.
“L’anniversario del regicidio…” dice avvicinandosi di nuovo al mio orecchio e tirandomi a lui, questa volta con maggior convinzione, per aggiungere “stavo infatti pensando che forse dovremmo essere a Milano a vedere cosa combinano a quella festa che è stata organizzata per celebrare…”
Era il 29 luglio del 1900 quando il re d’Italia Umberto I raggiunse come ogni estate Monza dove viveva Eugenia, la sua amante.
“Una calda notte d’estate…” mi racconta Vinicio “ una vera estate italiana, non queste repliche insensate, e così Umberto ne approfittò per prendere parte a un evento mondano. Fu al ritorno che venne raggiunto da tre colpi di pistola sparati da Gaetano Bresci, un anarchico di Prato emigrato in America tre anni prima.”
Entrambi i nostri tavoli parlano ora di cose molto distanti da questa, ed è forse per capire quanto ci stiamo allontanando da loro che il mio nuovo compagno di avventure dialettiche prende lunghe pause scrutando il locale come in attesa di qualcosa.
“Aspetti ancora qualcuno?” chiedo incuriosito dal suo intercalare di sguardi. “Aspettiamo sempre qualcuno, magari qualcuno che non conoscevamo” mi dice stringendo con una mano la mia spalla e con l’altra una delle birre italiane che ci servono nel mentre. Ci mischiamo così ai discorsi degli altri, anche se forse non vorremmo, e brindiamo al nostro incontro e al concerto tenuto da Vinicio un paio di giorni prima a Malmesbury, la più antica città d’Inghilterra, a circa 150 km da Londra.
Stef e Cristian si smarriscono fra storie e congetture che più tardi non ricorderanno. Gli amici di Vinicio raccontano aneddoti su questi giorni londinesi. Le persone agli altri tavoli ridono di cose che viste da qui somigliano al vuoto più assoluto, ed io chiedo:
“Vinicio, credi che Gaetano Bresci avrebbe comunque trovato e ucciso Umberto se quella sera avesse deciso di non mischiarsi con la vita e fosse rimasto in casa?”
Lui si aggiusta il cappello in una smorfia e con l’accenno di un sorriso dice: “Io credo solo che le strade per destino, amico mio, sanno sempre come arrivare a destinazione…”

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Quando un paio d’ore più tardi camminiamo veloci verso la stazione per non perdere l’ultimo treno, Cristian mi dice:
“Davvero curioso aver trovato Vinicio così. Sembrava quasi che tu sentissi che era lì, quando hai proposto di tornare in quel ristorante. Dici che si tratta di un segno?”
“Love is to die” dico io, fermandomi in mezzo alla strada e capendo improvvisamente cosa voleva dirmi Vinicio. Amore e morte in una notte d’estate non sono in fondo il sinonimo di un’esistenza anarchica a cui cerchiamo ogni giorno di dare un significato?

“Scusa…? “ chiede Cristian tornando verso di me.
“Love is to die” ripeto immaginando fossero queste le parole pronunciate da Gaetano Bresci quando ha sparato.
“Ho capito… Love is to die” dice Cristian seccato “e quindi?”
“È il titolo di quel pezzo delle Warpaint che volevi sapere… Love is to die!”


Lory Muratti è un artista visionario. Musicista e scrittore, è figlio del mercante d’arte Andrea Muratti e della ballerina Helen Bresson. Dopo aver firmato i suoi lavori nascondendosi per circa un decennio dietro lo pseudonimo “Tibe”, ha di recente svelato la sua identità con il progetto letterario e musicale “Scintilla” edito in Italia da Feltrinelli e Mescal. Con la rubrica “Fumi di Londra” racconta ai lettori di Rockol di incontri musicali, artisti dal mondo, luoghi misteriosi e notti infinite nella città più rock d’Europa, dove è di recente tornato a vivere e lavorare su un suo prossimo progetto internazionale.
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