Fumi di Londra: Lory Muratti incontra Julian Cope

Anche a Londra oggi è estate. Me ne accorgo perché non rabbrividisco più lanciandomi a tutta velocità con la mia bici di ennesima mano in direzione Portobello Road. Sfido Notting Hill tra finestre spalancate di getto e sbando sui sorrisi di donne dalle lunghe gonne indossate come aquiloni pronti a prendere il volo. Pedalerei anche all’indietro se ne fossi capace, tale è la voglia di arrivare al Tabernacolo di Londra, il luogo perfetto per incontrare e ascoltare il fiume in piena di parole e verità che è Julian Cope. Il poeta, rocker, musicologo, antiquario che ha saputo questa volta trasformare le sue cascate creative nel mare dove immagino di essere diretto immettendomi nella via che mi porterà al locale. È da lì che partirò questa sera assieme agli altri ospiti che come me hanno accettato l’invito di Julian a viaggiare con lui sulla “SS131”.

È questo il titolo del romanzo che il grande druido è andato a raccogliere in un luogo ricco di mistero, storie occulte e vicende occultate. Sigla della principale arteria stradale che congiunge Cagliari a Porto Torres tagliando la Sardegna. Una strada extraurbana disegnata dentro il cuore desertico di una terra che, con le sue “tombe dei giganti”, è esempio perfetto della cultura megalitica di cui Julian è un vero esperto.


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Le geniali intuizioni musicali di una vita intera, prima con i Teardrop Explodes quindi come solista, si mescolano in lui con il fervido attivismo culturale. Le feroci e acute invettive contro la società contemporanea si intrecciano al suo talento nel comprendere ciò su cui vale la pena investire il proprio orecchio, se si tratta di musica, ma anche il proprio denaro, se si tratta di antiquariato. Una figura complessa e affascinante come i luoghi che ha esplorato in lungo e in largo con gli amici comuni Simone e Thomas, sue guide italiane e compagni di viaggio. È anche grazie a loro che ha potuto fare inaspettate scoperte, raccogliere intuizioni e disegnare la sua storia come io questa sera continuo a prendere appunti sulla mia.

Passi appena accennati di persone che bevono birra nel giardino antistante il Tabernacolo, io che lego la bici con un catenaccio improvvisato e Julian nella sua tenuta da entità-dark-ultraterrena, poco distante da me. Sembra confidare segreti all’orecchio di un uomo che sorride alle sue parole e si allontana di un passo per guardarlo meglio quando il druido si gira un istante per guardarsi invece attorno e verificare che nessuno lo stia ascoltanto.

“Lo raggiungo subito” penso, ma mi basta abbassare lo sguardo e infilare le chiavi del lucchetto dentro le tasche dei pantaloni per scoprire, quando lo alzo di nuovo, che lui si è gia dileguato e forse rimaterializzato altrove.
Accedo così al giardino dove nell’aria c’è una piacevole tensione elettrica che trasforma in danza l’incedere ostinato di volti interessanti seppur sconosciuti. Sono in anticipo o almeno in tempo per entrare al bar del Tabernacolo dove mi appoggio al bancone e chiedo la carta dei vini.


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“Non hai ancora imparato a bere birra vedo…” dice Simone comparendo alle mie spalle e accogliendomi nel ricordo di un sorriso che ritrovo sul suo volto proprio come lo avevo lasciato molto tempo fa. Con lui Thomas e un secondo sorriso che mi riporta per un istante in viaggio fino a Roma.

“Ma allora ci siete anche voi…” dico sorpreso e felice di scoprire che non potevano mancare al lancio di un romanzo di cui loro sono stati parte attiva. Mentre silhouettes ordinate si disegnano una in fila all’altra, il barista silenzioso mi versa da bere fissando la coda prendere forma poco più in là. Attendono tutti di acquistare il libro di Julian e il vinile realizzato con la complicità dello storico Dj e producer Andrew Weatherall: “Rock Section by Dayglo Maradona”. E sarà proprio Andrew il compagno di chiacchiere di Julian in una serata che sembra farsi ancor più surreale quando Simone mi racconta meglio la trama di SS131.
“Julian ha immaginato un viaggio spazio-temporale dove l’erede di un impero neolitico costruito attorno all’uso dell’Ephedra, nome di un antico medicinale che veniva utilizzato come eccitante, si ritrova a viaggiare avanti nel tempo fino agli anni ’90 del secolo scorso…”.
Io afferro il mio calice e sono in profondo ascolto quando chiedo: “E una volta arrivato nel futuro?” “Diventa un cantante post-punk e si infatua della figura di Diego Maradona, il più grande esponente della moderna cultura dell’Ephedra…” risponde Simone senza scomporsi.



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Io lo seguo con attenzione mentre Thomas si stringe a noi muovendo la testa in cenno di assenso. Gli ospiti aumentano alle nostre spalle e le porte che guidano alla sala superiore dove ci aspetta Julian si aprono poco distante. “E quindi…?” incalzo impaziente quado Thomas porta una mano a sfregarsi il mento soddisfatto e dice: “Tutto sembra funzionare… almeno fino ai mondiali di Italia ’90. È a quel punto che il viaggiatore e il suo amico, un Hooligan del Liverpool, vengono rapiti…”
“Un hooligan del Liverpool?” chiedo incredulo “Rapiti da chi?” aggiungo, ma ora è Simone a prenderci in consegna insieme a una pinta di birra che afferra esclamando:
“Andiamo, Julian sta per iniziare.”

Al primo piano, si apre il vero e proprio Tabernacolo. Un luogo fermo nel tempo dove Holy McGrail sta già facendo girare musica da una console incastrata fra due enormi amplificatori della Orange. Una postazione super vintage che sembra essere stata consumata dai decenni come i brani che ci accompagnano e che scopro esser stati invece composti da Julian a commento sonoro di SS131. Un’iniziativa quest’ultima che, considerata la mia abitudine a far interagire musica e letteratura, non può che accendere ulteriormente il desiderio di scoperta sulla strada statale più lisergica che mi sia stato dato modo ad oggi di conoscere.
“I gruppi che senti suonare in realtà non esistono,” mi svela Simone “è sempre Julian, nascosto sotto diversi nomi. Neon Sardinia, Spackhouse Tottu, Spion Kop…”
“Una musica immaginaria creata dalle sue molte personalità” penso mentre le luci si abbassano e Julian appare fra noi. Ci guarda da dietro i suoi Wayfarer e alza le braccia al cielo quasi volesse inneggiare a qualcosa di grande in cui quaggù abbiamo smesso di credere.

Un vichingo con una grande anima che impiega lunghi minuti a scaricare il suo sovraccarico energetico. Cammina avanti e indietro sul palco e si aggiusta più volte i guantoni neogotici che indossa prima di prendere posto accanto al divano dove Andrew e il suo editore lo stavano aspettando. Mentre tutto attorno si trasforma in emozioni contrastanti e coinvolgenti, Julian inizia a parlare. Le sue frasi risuonano nel Tabernacolo e mi fanno a tratti smarrire la strada per rigettarmi poi accanto a lui all’improvviso dentro correnti siderali e inganni su grande scala.

Quando circa tre ore più tardi anche gli ultimi ospiti scivolano via, Simone, Thomas, la famiglia Cope ed io chiudiamo la notte percorrendo lentamente il viale che ci guiderà all’uscita. È là che ritroviamo Julian e il suo sorriso soddisfatto e fiero. Come se niente fosse e lui non fosse lui, sta aiutando Holy a caricare le pesanti casse Orange su una vecchia station wagon parcheggiata sul lato della strada. Julian Cope è così: un genio umile caduto dentro i panni di uno strano uomo che infine mi raggiunge e mi abbraccia ringraziandomi quando io non so davvero come ringraziare lui.


Dopo altre parole dette per non andarcene, resto fermo ancora qualche istante ad osservare Julian e famiglia allontanarsi in auto per rientrare nella loro casa-rifugio lontano dalla città. Torno quindi verso il Tabernacolo e, davanti alla recinzione a cui avevo assicurato la mia bici a inizio serata, mi fermo all’improvviso per un faccia a faccia con il vuoto nella sua immensità.
Forse che il viaggio con Julian sia durato troppo a lungo? Forse che al rientro dalle galassie dei suoi racconti io sia approdato in un presente alternativo ancor più corrotto e deviato di quello che ricordavo? Non avendo alcuna risposta a queste domande, alzo un braccio in cerca di aiuto e il taxi che avevo intravisto sopraggiungere in fondo alla strada, per fortuna mi raggiunge e si ferma di fronte a me. Faccio cenno al conducente di aspettare un istante e ancora incredulo mi piego a raccogliere ciò che resta della mia bici: il catenaccio improvvisato, ora tagliato a metà e abbandonato a sfregio sul marciapiede.
“Andiamo amico” dico infine al conducente salendo a bordo e sbattendo lo sportello rassegnato. “Dove…?“ chiede lui.
“A cercare Ephedra...” rispondo io abbandonandomi sul sedile e ascoltando il suono della città che cerca di afferrarmi entrando dai finestrini leggermente abbassati.


Lory Muratti è un artista visionario. Musicista e scrittore, è figlio del mercante d’arte Andrea Muratti e della ballerina Helen Bresson. Dopo aver firmato i suoi lavori nascondendosi per circa un decennio dietro lo pseudonimo “Tibe”, ha di recente svelato la sua identità con il progetto letterario e musicale “Scintilla” edito in Italia da Feltrinelli e Mescal. Con la rubrica “Fumi di Londra” racconta ai lettori di Rockol di incontri musicali, artisti dal mondo, luoghi misteriosi e notti infinite nella città più rock d’Europa, dove è di recente tornato a vivere e lavorare su un suo prossimo progetto internazionale.

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