Massimo Priviero, ‘Testimone’ del rock all’italiana

Massimo Priviero, ‘Testimone’ del rock all’italiana
15 anni di carriera nel rock all’italiana: questo il “curriculum” di Massimo Priviero, che torna in questi giorni con il suo nuovo album “Testimone”.
“Questi ultimi sono stati anni di riflessione e di maturazione artistica”, racconta Massimo, uno dei primi “rocker” nostrani, attivo dalla fine degli anni ‘80. “L’ultimo mio album è del 2000: si intitolava ‘Poetika’ ed era un best con alcuni brani nuovi. In realtà al tempo avevo già pronto un disco di inediti, ma poi si preferì fare quella scelta”. Per trovare così il predecessore di “Testimone” bisogna quindi andare a “Priviero” del 1998. “In questo periodo ho cercato di precisare ulteriormente la mia strada, ho cercato di capire dove volevo andare, a chi legarmi, se andarmene dall’Italia. Dal punto di vista artistico ho cercato di mettere più a fuoco il percorso musicale che porto avanti da diversi anni. Quindi, con ‘Testimone’ ho provato ad aumentare ancora di più il tasso di emozionalità e di energia della musica. Da qui è nata l’idea di un album in chiaroscuro, con parti molto forti e parti acustiche molto scarne”.
Nel disco ricompaiono due vecchi compagni di strada di Massimo: Lucio Fabbri e Massimo Bubola. “Con entrambi ho lavorato in passato, ed è stato bello rincontrarli. Con Lucio non ci siamo mai persi di vista, con Massimo ci siamo rincorsi a vicenda in questi anni. Con lui ho in comune unire un impianto rock alla ricerca poetica.”. Un altro “compagno” si è fatto sentire: Little Steven, chitarrista della E Street Band e già produttore del secondo disco (“Nessuna resa mai”, 1990): “L’ho visto a Milano a giugno in occasione del concerto di Springsteen, e ci siamo sentiti recentemente. E’ stato molto caldo, come al solito: si è dispiaciuto di non poter essere intervenuto sul disco, ma le sue parole presentano ‘Testimone’. E’ un fratello, e si mi ha dato disponibilità a tornare a lavorare con me in futuro, e probabilmente questo avverrà presto: ci sono contatti importanti per realizzare una versione inglese di ‘Testimone’”.
Dal 1988 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti: Massimo venne lanciato in pompa magna con l’album “S.Valentino”; qualche discografico gli appiccicò la definizione di “futuro del rock ‘n’ roll”, parafrasando quello che si disse di Springsteen agli esordi. “Quella definizione ha fatto più danni che altro”, ricorda Massimo. “Ero un ragazzino che venne mandato di fronte ad un plotone di esecuzione: a qualcuno venne quell’idea per lanciare il disco, quella similitudine con Springsteen. Finii per essere accusato di averla pensata io… ma figuriamoci! L’amore per Springsteen, e ancora di più per Dylan, è dichiarato, ma è un amore per un certo modo di fare musica, che credo si senta”. Nessun rimorso e nessun rimpianto, quindi, anche guardando alla storia di colleghi più fortunati in termini di successo? “Sai, ognuno intraprende la propria strada e la propria musica. Tendenzialmente non ho rimorsi. Ho sicuramente ho fatto degli errori, soprattutto nella gestione delle persone di cui mi sono fidato e nella valutazione delle situazioni. Ma ho fatto e continuo a fare quello in cui credevo. La chiave più importante alla fine è quella”.
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