Il neo-Rinascimento dei Blackmore's Night: 'Il passato aiuta a vivere meglio'

La leggendaria Stratocaster che incendiò i riff e gli assoli di “Strange kind of woman”, di “Highway star” e di “Smoke on the water” è ancora lì nella sua custodia, pronta ad essere sguainata come una Durlindana, quando occorre, sul palco come in studio di registrazione. Ma il Ritchie Blackmore del 2000 somiglia molto di più ad un trovatore del ‘500 che a un hard rocker dei Seventies, oggi che nella giovane e bella Candice Night (newyorkese, cantante, ex modella e già disc jockey radiofonica) ha trovato un’anima gemella anche musicale. I Blackmore’s Night, il gruppo nato a fine anni ’90 dal loro sodalizio affettivo e professionale, hanno pubblicato in estate un album, “Ghost of a rose”, che li conferma una volta ancora condottieri senza macchia e senza paura di quel manipolo di musicisti che scavano tra i cimeli della musica medievale e rinascimentale con un approccio niente affatto purista, e anzi propugnando la contaminazione con il rock, il pop, la canzone d’autore, la musica etnica e la “new age”. Un progetto musicale curioso, forse, ma che vanta adepti in tutto il mondo: parecchi anche in Italia, dove il duo, accompagnato da ben otto strumentisti, approderà a fine mese per tre concerti in programma a Dolo, Venezia (il 23 ottobre al Teatro Excelsior), a Milano (25 ottobre, Teatro Smeraldo) e a Firenze (26 ottobre, Teatro Puccini). E che i due titolari del marchio difendono, appunto, a spada tratta. “Il titolo dell’ultimo disco, ‘Ghost of a rose’, nasce proprio come un omaggio al lontano passato: all’epoca della ‘English rose” e della guerra delle rose”, ci spiega Blackmore al telefono dalla sua casa di Long Island, New York. “Per me, invece”, interviene Candice, “quel titolo è una buona sintesi degli elementi fondamentali della nostra ispirazione: che sono la natura e il paranormale”.
Il revival della musica antica è magari un approdo imprevedibile per uno con il curriculum di Blackmore, apprendista stregone della sei corde elettrica nell’Inghilterra ruggente dello skiffle e del beat, e poi guitar god idolatrato con i Deep Purple e con i Rainbow. Ma il suo amore per la musica rinascimentale, racconta, risale a tempi non sospetti: “Nel ’72 ebbi il mio primo incontro con la musica antica: assistendo ai concerti di Peggy Monroe che suonava partiture di Tielman Susato, espressione di una tradizione storica di antichissima data. Non c’erano chitarre, in quella musica, ma cromorni, racket, ance e ghironde. Da allora ho cominciato ad appassionarmi: nel mio tempo libero non ho mai ascoltato rock and roll, ho sempre preferito la musica del Cinquecento e del Seicento. Era una musica che i menestrelli suonavano per guadagnarsi da vivere: da lì proviene la sua purezza. Oggi questa integrità si è persa completamente, tutto è ridotto a formule: anche l’hip hop mi sembra poco più di una moda priva di sostanza musicale. Ci sono ancora molti artisti che suonano buona musica, naturalmente. Ma non li vedi in Tv e non li ascolti mai alla radio”. Candice, americana, dice di aver seguito un percorso parallelo: “Non avendo la storia, negli Stati Uniti la sostituiamo con l’immaginazione. Un europeo è assuefatto alla vista di castelli e palazzi antichi, ma per noi sprigionano ancora magia e sono fonti ogni volta di inesauribili suggestioni. In America proliferano le fiere rinascimentali: credo che sia un modo per sfuggire alle pressioni della società e tornare con la fantasia ad un’epoca in cui la vita era più semplice, romantica e piena di fascino arcano”. La coppia vi si è immersa da capo a piede, in quell’epopea: tanto da farne quasi un mondo parallelo che ne caratterizza anche la vita quotidiana. “A Long Island abbiamo la fortuna di vivere lontano dal traffico, a ridosso di boschi e di corsi d’acqua”, raccontano all’unisono.“Ci vestiamo raramente in abiti moderni, preferiamo i vecchi paramenti. In casa ci sono un sacco di strumenti antichi. Abbiamo camini, muri in pietra, arazzi che riproducono scene rinascimentali. E ci piace cantare con gli amici intorno al fuoco: siamo un po’ come dei vecchi hippy, viviamo fuori dal tempo”. Anche l’idea di incoraggiare il pubblico dei concerti ad indossare costumi d’epoca (lo faranno anche i membri del fan club italiano, in occasione delle date imminenti) non è un gioco, assicurano: “Serve a lasciarsi alle spalle il rumore e la superficialità, a trovare una realizzazione spirituale. Con il nostro pubblico, specie quello che affolla fiere e castelli d’epoca, c’è sintonia totale: i concerti sono dei veri happening, e possono durare anche tre ore e mezzo se l’atmosfera è quella giusta”. La musica di Blackmore’s Night attinge alle stesse fonti. “Non solo il Rinascimento”, spiega Blackmore, “ma anche certi elementi di musica medievale, come quella del periodo del re Alfonso X di Spagna, per esempio. Io parto sempre da idee musicali antiche e poi le sviluppo; su quella base Candice scrive i suoi testi, visualizzando le immagini e le emozioni che la musica le suggerisce. E’ un processo che ricorre spesso nella storia: le carole natalizie, che sono una delle mie forme musicali preferite, sono spesso nate come canzoni che celebravano la stagione invernale o primaverile. I testi sono cambiati successivamente, magari cento o duecento anni dopo, per volontà della Chiesa: e a volte in quell’accoppiamento c’è qualcosa che stona”.
L’ascolto di “Ghost of a rose” evidenzia comunque che la musica antica non è l’unico ingrediente della ricetta. Blackmore conferma: “‘All for one’, per esempio, nasce da una melodia di Pierre Phalese che risale forse al 1520, composta in origine per essere suonata da un ensemble di pifferi. Candice ci ha adattato uno dei suoi testi e io vi ho aggiunto un ‘ponte’ che suggerisce piuttosto un’atmosfera turca. Ne è venuto fuori un melting pot che è caratteristico del nostro modo di lavorare”. La melodia è la stessa che Angelo Branduardi usò per il suo “Ballo in fa diesis minore”, gli facciamo facciamo notare. “Davvero? Sono curioso di sentire la sua versione. Io l’ho imparata dai Geyers, una band tedesca che l’aveva in repertorio”. “‘Cartouche’ è un altro buon esempio di questo atteggiamento”, aggiunge la Night. “La canzone prende il nome da un ristorante medievale di Praga dove siamo ospiti e andiamo a suonare ogni volta che ci troviamo da quelle parti. Anche in questo caso la melodia è di ispirazione turca, e il nome Cartouche è di origine egiziana: è facile che si crei un po’ di confusione….”.
Contaminazione, dunque: ormai materia comune, se persino i Deep Purple salgono sul palco con Pavarotti…. “A noi è stato proposto di accompagnare in concerto José Carreras e stiamo cercando di capire se sia possibile fare qualcosa insieme, magari a dicembre. I Deep Purple? Scambio spesso delle e-mail con Jon Lord, siamo rimasti buoni amici: ma oggi siamo su strade completamente differenti”. Emergono piuttosto, in “Ghost of a rose”, altre sintonie musicali: con i cantautori americani dei Sessanta (la Joan Baez della classica “Diamonds and rust”, sulla scia del Dylan di “The times they are a’changin’”), e con i Jethro Tull di Ian Anderson, ospite nel loro album di debutto e autore di un’altra cover contenuta nel disco, “Rainbow blues”. “Sono da sempre tra i miei eroi musicali”, dice Blackmore. “E’ rinfrescante, ogni tanto, interpretare canzoni scritte da altri, se non devi farlo per necessità come certe cover band con cui suonavo ai vecchi tempi”. A proposito dei quali, Ritchie non si fa pregare a raccontare un aneddoto risalente ai tempi in cui, a metà anni ‘60, suonò per un breve periodo, come membro dei Trip, a fianco di Ricki Maiocchi, proto-beatnik italiano e primo cantante dei Camaleonti. “Pativamo letteralmente la fame, mangiando un uovo a testa ogni due o tre giorni. I Cream e la Jimi Hendrix Experience erano di là da venire, e nessun promoter voleva ingaggiare un trio come il nostro che non c’entrava nulla con i gruppi pop del momento, tutti armonie e belle voci. Ricordo un concerto al fianco dei Giganti e altri quattro o cinque show. Stavamo in una pensione a Milano e non avevamo neanche i soldi per pagare la camera. Siamo dovuti scappare nel bel mezzo della notte: ma mi risulta che il nostro batterista saldò comunque il conto, l’anno successivo…”.
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