Il live di Gianmaria Testa: 'Sento il dovere di guardare in faccia la realtà'

Gianmaria Testa e la sua musica continuano a viaggiare sulle strade d’Europa.

E "Men at work", il nuovo doppio cd dal vivo (con dvd allegato) uscito la settimana scorsa per Egea, conferma sin dal titolo la vocazione internazionale e lo spirito perennemente "on the road" di un progetto musicale nato e cresciuto vent'anni fa senza confini. Anche se poi ciascuno, ci tiene a ricordare il cantautore cuneeese, le sue frontiere continua a portarsele dentro. "Tanto più in tempi di crisi, quando la tendenza di ognuno è di difendere strenuamente il suo piccolo privilegio. E' comprensibile e naturale che succeda, ma è anche inutile e sbagliato. L'unica salvezza possibile è quella collettiva". C'è anche una motivazione pratica, alla base della decisione di registrare questo live in Germania, durante un tour tenuto nel febbraio del 2011 con una coda in Austria e in Lussemburgo l'anno successivo. "Il fonico, bravissimo, che ci segue sempre in Mitteleuropa dispone di uno studio mobile e volevo che rimanesse traccia di questo gruppo con cui lavoriamo da molto tempo, un documento che testimoniasse la sintonia e l'amicizia che tra noi si è creata e che necessariamente si traduce anche in suono. Con Philippe Garcia, il batterista, ci conosciamo da dodici anni; con Nicola Negrini, il contrabbassista, suoniamo insieme da sette-otto anni. E con il chitarrista, Giancarlo Bianchetti, da tre o quattro. Volevo suonare dimenticandomi che ci stessero registrando, perché quando sto con loro sono felice e non ho neppure bisogno di mettere giù una scaletta. Annuncio il primo pezzo e poi si va a braccio seguendo quella curva emotiva che sempre si instaura tra chi suona e chi ascolta. Basta che dica una frase, che imbracci una chitarra anziché un'altra, perché capiscano in quale direzione partire. L'esatto contrario di quel che succede di solito nella musica pop". .

A proposito di curve emotive e di rapporti con il pubblico: cambia, il mood, quando si torna a suonare in Italia, come in quel concerto registrato ai cantieri OGR di Torino (un luogo simbolico, per l'ex ferroviere: vi si riparavano le vaporiere...) e documentato nel dvd? "No, l'unica cosa diversa è la consapevolezza che qui la platea capisce le parole delle canzoni. Altrove è diverso, anche perché non ho un pubblico di immigrati ma di autoctoni: l'unica cosa che abbiamo tagliato dalle registrazioni, con il ProTools, sono le traduzioni che affido di solito a qualche volenteroso bilingue che trovo tra il pubblico. C'è quasi sempre qualcuno disposto a salire sul palco a tradurre le cose che dico tra una canzone e l'altra: serve a far entrare il pubblico nell'atmosfera e nel tema della canzone". La babele di lingue in cui il gruppo è solito esprimersi e dialogare quando si trova all'estero si riflette qui in una musica altrettanto poliglotta: tra il dialetto piemontese di "La ca sla colin-a" e la bossa nova di "Nient'altro che fiori", la ballata classicamente cantautorale e il rock elettrico, le filastrocche popolari come "Al mercato di Porta Palazzo" e il blues di "Voce da combattimento". "Fa un po' ridere, questa cosa", dice Testa. "Ma ogni volta che arriviamo in un teatro in giro per l'Europa c'è qualche tecnico del luogo che ci chiede come facciamo a capirci. Abbiamo sviluppato un linguaggio che è entrato a far parte del nostro convivere in tour e che inevitabilmente influisce anche sulla musica che suoniamo. Ognuno di noi ha le sue inclinazioni e nel disco c'è un po' di tutto: dipende sempre da cosa si vuol dire, con una canzone". I suoni di Testa e della sua band, spesso eleganti e misurati, sono anche capaci di diventare aspri e violenti: come quella spietata lettera di licenziamento snocciolata in "Cordiali saluti". "Il suono è urticante come quello della lettera, sì, e sono contento che Giancarlo l'abbia interpretata così alla chitarra. Certamente non sono io a dirgli come fare. Sono i musicisti a tradurre in suono il loro sentire, e penso che lì Bianchetti abbia fatto la scelta giusta". Una canzone amara e brutale, conficcata in una ferita sanguinante del Paese. Come "Sottosopra", un altro pezzo che affronta il tema drammatico della perdita del lavoro. E come le canzoni sull'immigrazione recuperate dall'album "Da questa parte del mare" del 2006. Che arrivano all'orecchio proprio nei giorni degli ultimi, tragici sbarchi da Lampedusa... "Speravo che quel disco raccontasse il passato o al massimo il presente, e invece purtroppo racconta anche il futuro", riflette amaramente il cantautore. "E' una delle ragioni che mi spingono a rimettere quelle canzoni in repertorio. Credo che chi ha acquisito un minimo di notorietà abbia il dovere etico di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Non credo che le canzoni abbiano il potere di cambiare qualcosa: ci vuole ben altro, ci vuole azione, bisogna darsi da fare. Ma a volte fanno compagnia, e magari inducono a fermarsi un attimo a riflettere. Una canzone può accompagnare un evento collettivo, e in quel momento non conta più chi l'ha scritta ma chi la canta: qualche mese fa mi hanno scritto dalla Grecia dicendomi che durante una manifestazione operaia in sottofondo c'era una delle mie canzoni, 'Seminatori di grano'. Per me è stato come vincere il Nobel".

Il motivo della scelta della cover di "Hotel Supramonte", Testa lo spiega dal palco: Fabrizio De André, confessa, gli manca quanto Pierpaolo Pasolini. "Ero a Graz, in Austria, e non mi aspettavo che a sentire il suo nome così tanta gente manifestasse entusiasmo. 'Hotel Supramonte' l'ho ripresa solo lì, solo quella sera, e non saprei dire il perché. Al di là della bellezza della canzone, scritta con Massimo Bubola, mi è sempre sembrato un brano significativo, simbolico di un'eredità importante che De André ha lasciato al di là delle canzoni: la dignità di chi, nel suo mestiere di cantautore, non si mette mai a scrivere se non ha qualcosa da dire. Di questo gli sono veramente grato. Quella canzone, scritta dopo il triste episodio del rapimento, non conserva neanche un accenno di rabbia o di livore per l'accaduto. Per questo mi piace e l'ho voluta cantare".

Tante altre canzoni affrontano temi intimi e più autobiografici: lo scomparire degli amici e delle persone care, man mano che l'età avanza ("Lasciami andare"); le dediche al figlio ("La giostra") e alla moglie ("Dimestichezze d'amor"). Come si fa a renderle, in qualche modo, comprensibili agli altri e universali? "Universali è una parola grossa...La pulsione allo scrivere è sempre un piccolo atto individuale. Nasce nel tuo microcosmo ed è frutto di un'emozione. Per questo lascio sempre passare molto tempo, dalla prima volta che prendo una chitarra in mano a quando mi metto a lavorare seriamente su un pezzo: la canzone, altrimenti, sarebbe troppo ombelicale. Nel frattempo, continua a bussare alla porta chiedendo di farsi suonare... Io cerco di tenerla indietro, e magari dopo mesi riprendo la chitarra in mano e cerco di ricordarmela: a volte si cancella da sé, altre volte mi torna in mente e cerco di dimenticarla il più in fretta possibile rendendomi conto della sua pochezza. Ma qualche altra volta mi riporta all'emozione che l'aveva generata, filtrata da una sufficiente distanza. A quel punto si tratta di togliere, più che di mettere". Tra le canzoni che sono tornate a bussare c'è probabilmente anche "Lele", scritta nel 1976 e pubblicata solo due anni fa su "Vitamia". "Non so perché non l'avessi mai cantata, prima. Lo spunto fu una storia che avevo letto su un trafiletto di giornale: una donna del Sud che sposa un uomo del Nord per procura e che poi si toglie la vita non riuscendo a reggere la situazione. Mi è tornata in mente perché nei momenti difficili come quello che viviamo sono le donne a subire più di tutti le angherie del mondo. Ho letto di quella madre migrante che ha partorito su un barcone annegando insieme al figlio: come possiamo accettare una cosa del genere? E' una cosa indicibile, rispetto a cui la mia piccola canzone non vale niente".

Oltre che dalla cronaca, Testa continua a prendere spunto dalla letteratura: dall'Andrea Bajani di "Cordiali saluti" (il romanzo) all'Erri De Luca omaggiato in "18 mila giorni": per lui canzone e parola scritta sono sempre parenti stretti (e si è anche cimentato in un libro per bambini, "Ventimila Leghe (in fondo al mare)", che presenta in questi giorni in giro per l'Italia insieme al nuovo disco). "Avrei tanto preferito essere capace di scrivere racconti e romanzi", confessa. "Così sarebbero stati i libri ad andare in giro al posto mio e e non avrei dovuto girare come una trottola. Ma sun nen bun, non sono capace, e so fare solo canzoni. Ammiro molto chi sa scrivere, e prima di diventare amico di Erri ero un suo lettore. Con lui faremo prossimamente una lunga tournée che riprende il nostro precedente lavoro su Don Chisciotte. De Luca ha modificato i testi creando una nuova opera, 'Chisciottimisti', per uno spettacolo a cui collabora anche Gabriele Mirabassi e che avrà una sorta di anteprima il 30 ottobre all'Auditorium di Roma. La letteratura, quando è di qualità, può ispirare e aprire delle porte. Mi piacerebbe molto anche musicare poesie, un po' anche per rispondere al mio amico Paco Ibáñez, che ha musicato meravigliose liriche di Lorca e Machado facendone dei capolavori. Una volta gli chiesi perché non scrivesse qualcosa anche lui. E Paco, guardandomi con quel suo sguardo irripetibile, mi rispose se fossi proprio convinto della necessità di scrivere altre parole, dopo quelle che ci hanno lasciato i poeti... Finora ne ho musicata una sola, di poesia, il '10 agosto' di Pascoli, per un reading teatrale che sto facendo con Giuseppe Battiston, 'Italy'.. Lui legge testi e io faccio canzoni. Ancora una volta il tema rievoca l'attualità, sono storie di immigranti italiani che tornano dall'America.

Intanto Testa guarda anche al suo, di passato: "Men at work" è anche l'occasione per far rivivere pezzi antichi come "Le traiettorie delle mongolfiere", originariamente inclusi in dischi finiti fuori catalogo. "Purtroppo sì, i miei primi album sono stati rieditati alcune volte ma poi sono scomparsi di circolazione. Quei primi master non mi appartengono, e siccome mi chiedevano un sacco di soldi per ripubblicarmeli da solo ho lasciato perdere. Anche se oggi trovi tutto in rete, per me una canzone senza un disco è come se non avesse casa. Mi piace ancora l'idea di un oggetto che ti permette di leggere un testo, di sapere chi ha cantato, chi ha scritto e chi ha suonato, che ti consente anche un ascolto decente. Ho voluo ricantare vecchie cose per ridare una casa a canzoni che l'avevano persa. Mi piacciono ancora, quei brani, ma i miei primi album li ricanterei tutti volentieri. Anche solo per imparare a usare correttamente un microfono ci vuole del tempo". Succederà? "Non mi sembra il caso, non sono mica  Bob Dylan o Leonard Cohen". Anche perché magari ci sono altre canzoni che galleggiano nell'aria... "C'è una specie di nebulosa, c'è un tema che mi gira in testa e che ha a che fare con la parola terra. Ma le poche righe che ho messo giù finora le ho buttate via. Ogni volta non so mai se ci sarà, un altro disco. Ma è certo che ci sto provando e che ci proverò".

(Alfredo Marziano)

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