Depeche Mode a San Siro: il report del concerto

Depeche Mode a San Siro: il report del concerto

Blues elettronico da stadio. Sembra una contraddizione in termini - ma se c’è una band in grado di giocare in equilibrio e armonia tra elementi opposti, sono i Depeche Mode.
Il trionfale concerto di San Siro di ieri sera ne è la dimostrazione. Sì, “trionfale” - non è il solito abuso di un aggettivo. Questa volta è una constatazione: la visione dell’effetto sul pubblico della musica della band è la misura del loro successo - più dei numeri, che danno lo stadio esaurito da tempo. E a San Siro e fuori si vedono volti estasiati e si leggono solo commenti entusiastici.
La giornata comincia nel tardo pomeriggio - mentre sul palco salgono i nostrani Motel Connection, noi di Rockol accompagniamo il gruppo dei sei vincitori del nostro contest (e di quello parallelo del promoter Live Nation) al meet & greet con la band. Dave, Martin e Fletch si fanno attendere un poco, ma quando arrivano - già con i vestiti di scena - hanno una stretta di mano e un sorriso per tutti. La foto di rito prima con i fan, poi con i discografici di SonyMusicItaly per il ritiro del disco d’oro per “Delta machine”, e via.


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(Nella foto sotto, A. Rosi – Sony; N. Colaianni – Sony; Dave Gahan; L. Fantacone – Sony; Martin Gore; Andrew Fletcher; J. Kessler – manager DM; Rob Stringer – Chairman Columbia US; D.Menci – Sony)
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Arrivano poi i Cvurches. Il palco è decisamente più piccolo di quelli visti recentemente negli stadi: una piccola pedana scende verso il pubblico, nessuna pedana laterale. Il pop elettronico del gruppo scozzese risuona bene nello stadio, ma i musicisti sembrano comunque un po’ persi in quello spazio.
Alle 21.08, dopo un lungo intermezzo con musica elettronica di sottofondo, il palco inizia ad accendersi lentamente. I Depeche Mode salgono sul palco e le parola “World” inizia a formarsi sugli schermi assieme a “Welcome”: "Welcome to my world", benvenuti nel nostro mondo, un inizio programmatico come quello di  “Delta machine”. Gahan prende subito possesso del palco, e a fine canzone si leva la giacca, rimanendo nel classico gilet sul torso nudo.
La cifra dello spettacolo si capisce dagli schermi - tre, due laterali con regia più lineare, che per lo più si concentra su un racconto “normale” del concerto, e uno centrale, più spettacolare, con visual ed elaborazioni. Allo stesso modo la serata è un perfetto equilibrio tra concerto “classico” e spettacolo, tra rock ed elettronica e tra Gahan e Gore - con Fletch e gli altri musicisti che stanno un passo indietro a sostenere i due. E’ soprattutto Gahan a dominare la scena, con il suo carisma e la sua padronanza della scena - come in “Walking in my shoes”, che ottiene il primo vero boato e primi cori. Ma anche Gore si prende i suoi spazi: uno dei momenti più toccanti di tutto il concerto è “Shake the disease” per voce e tastiere - dimostrazione che i Depeche potrebbero tenere lo stadio con la sola forza delle canzoni, se volessero.
Ma la maggior parte delle canzoni è tutt’altro che minimale: il suono è potente, con la batteria di Christian Eigner a fare da ponte i momenti più rock blues (come nella scura “Barrel of a gun”) e quelli più elettronici/pop come “Policy of truth”.
E’ proprio dal momento semi acustico con Gore che il concerto decolla: arrivando al punto più alto in “Enjoy the silence”: una versione lunga, con Gahan che si limita a intonare la prima strofa e poi dirige 60.000 persone che in coro: il silenzio viene celebrato dalla musica, con un effetto che farebbe venire i brividi anche alla persona più insensibile. Un boato ancora più grosso accoglie “Personal Jesus”, prima della fine di “Goodbye”: come all’inizio la band cantava il benvenuto, ora canta i saluti, accompagnata dai visual di Anton Corbijn sullo sfondo (i tre che impassibili e in bianco e nero si scambiano un cappello).
Ovviamente è solo una fine parziale: pochi istanti e si ricomincia con i bisi e con un’altra canzone progammatica: una toccante versione di “Home” con Gore che ringrazia il pubblico (“And I thank you/For bringing me here/For showing me home/For singing these tears/Finally I've found/That I belong here”), scendendo poi sulla passerella a dirigere i cori. Il finale di concerto riassume le varie anime dello spettacolo: si comincia con il pop danzereccio di “I just can’t get enough”, che si merita il boato maggiore della serata e trasforma San Siro in una discoteca, con effetto quasi liberatorio dopo l’intensità minimale di “Home” e “Halo”. Poi arriva il rock scuro di “I feel you” e i cori epici “Never let me down again”.
La forza di una storia, la forza di un repertorio enorme (quanti classici sono rimasti fuori... eppure non se ne è sentita la mancanza). La forza di un equilibrio tra suoni e personalità che si trasforma in un suono catartico e liberatorio per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di assistere al rito. Per chi non ce l’ha fatta, si replica a Febbraio, nei palazzetti: sarà bello vedere le band confrontarsi in uno spazio più ristretto, ancora più a stretto contatto con un pubblico così devoto e ogni volta premiato.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:
Welcome to My World
Angel
Walking in My Shoes
Precious
Black Celebration
Policy of Truth
Should Be Higher
Barrel of a Gun
Higher Love
Shake the Disease
Heaven
Soothe My Soul
A Pain That I'm Used To
A Question of Time
Secret to the End
Enjoy the Silence
Personal Jesus
Goodbye

Encore:
Home
Halo
Just Can't Get Enough
I Feel You
Never Let Me Down Again

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