Roberto Cacciapaglia: colonne sonore e 'musica trasparente'

Roberto Cacciapaglia: colonne sonore e 'musica trasparente'

Islam e cristianesimo, sultani e imperatori, profezie e miracoli. "11 settembre 1683" di Renzo Martinelli, prodotto dalla Rai, nelle sale italiane dallo scorso 11 aprile e in distribuzione anche all'estero, ripercorre un momento cruciale nella storia delle guerre di religione: gli eventi della battaglia di Vienna che nel XVII secolo mise fine a due mesi di assedio della città ausburgica da parte dell'esercito ottomano e, con esso, alle guerre austro-turche. Il film, che ha per protagonista F. Murray Abraham nel ruolo del frate predicatore e poi beato cattolico Marco D'Aviano, si avvale di una colonna sonora firmata da Roberto Cacciapaglia, musicista "totale" che dai primi anni Settanta (all'epoca delle prime collaborazioni con Franco Battiato e Rolf Ulrich Kaiser, allora produttore di Tangerine Dream, Klaus Schulze e altri "corrieri cosmici" tedeschi) si muove in maniera trasversale tra classica, elettronica e pop (negli anni '80 ha prodotto Gianna Nannini, Ivan Cattaneo, Giuni Russo e Alice).

In quarant'anni di musica non ti sei fatto mancare quasi nulla. Le frequentazioni con il cinema, però, sono state poche.

E' vero. Ricordo un prodotto televisivo con Leo Gullotta che si intitolava 'Onora il padre'. E poi un film inglese di Robert Golden, 'The lake'. Poca roba, perché ho sempre fatto musica che trova in se stessa il suo soggetto d'ispirazione. Stavolta però mi sono fatto coinvolgere da un progetto molto bello e interessante anche dal punto di vista storico. Sono partito favorito: la musica turco-ottomana è una componente essenziale della colonna sonora del film, e tramite i miei contatti con il mondo sufi in questo campo avevo già maturato esperienze importanti. Da quel lavoro, tra l'altro, è nato un altro progetto interessante che si chiama "Ponte nel cielo", due concerti - uno a Istanbul, l'altro in Italia - che allestiremo a ottobre in collaborazione con l'ambasciata turca: con l'aiuto di musicisti e strumenti turchi rielaboreremo alcuni brani della colonna sonora e altre mie composizioni. Ma già a fine aprile c'è stato un bellissimo spettacolo con l'Orchestra dei Popoli, al Conservatorio di Milano, promosso dal presidente uscente Arnaldo Mosca Mondadori. Lì si sono ritrovati musicisti di tutte le etnie, rom e brasiliani, filippini e africani.

Difficile, lavorare su commissione?

No, con Martinelli ci siamo intesi subito. E' stato tutto chiaro fin dall'inizio, lui sapeva esattamente cosa desiderava e dove voleva collocare la musica. Ho scritto la colonna sonora basandomi sulla sceneggiatura. Poi, in studio, ho suonato il clavicembalo e ho diretto la Cantelli Orchestra, un ensemble straordinario, e insieme abbiamo eseguito le partiture mentre guardavamo scorrere le immagini. Ricordo l'emozione dei violinisti, il film ha un impatto molto forte e nulla è stato cambiato rispetto alla prima stesura, una cosa piuttosto rara. E' stato un progetto a tutto tondo: oltre alla musica ottomana nella colonna sonora c'è spazio per quella delle corti austriache di Vienna e per quella popolare dei villaggi del Nord d'Italia. Grazie alla consulenza di Massimiliano Dragoni e di Neslihan Yilmazel Iorio abbiamo potuto utilizzare tamburi di guerra e altre percussioni d'epoca.

Senza attenersi a un criterio di puro rigore filologico, però. In titoli come "The wolf and the sword" è molto forte la componente elettronica.

Nel cinema non lo puoi fare, non puoi riprodurre le opere di Mozart affidandoti a undici archi in omaggio all'intenzione originale dell'autore. I parametri auditivi sono cambiati, ci siamo abituati a un suono più imponente. Gli strumenti dialogano con l'elettronica, e anche quelli d'epoca vengono "trattati", equalizzati, aggiornati al linguaggio corrente. Per ascoltare musiche eseguite in modo filologico devi avere a disposizione strutture come il Teatro Bibiena di Mantova, dove mi sono esibito qualche settimana fa. Lì Mozart suonò non ancora quattordicenne e suo padre, Leopold, lo definì il più bel teatro d'Europa. Sono d'accordo con lui: è un teatro meraviglioso, tutto in legno, con un'acustica straordinaria. In Italia abbiamo, in questo senso, un patrimonio formidabile.

A un ascoltatore pop certi passaggi di "11 September 1683" possono ricordare "Passion" di Peter Gabriel. Forse per l'uso ricorrente del duduk armeno, anche se probabilmente i tuoi punti di riferimento sono stati altri...

Di qualche millennio più indietro nel tempo, a partire dalla musica sufi del 1200! Io, a differenza di Gabriel, non ho usato batterie o chitarre. Nel mio disco non c'è musica elettrica o sintetica, tutt'al più campane campionate. Ho attinto a molti dei procedimenti compositivi ed esecutivi che conosco: la classica, l'educazione da Conservatorio, ma anche la musica elettronica che coltivo dai tempi in cui al Centro Nazionale delle Ricerche di Pisa usavamo terminali audio da 2001 Odissea nello Spazio, circondati da tecnici in camice bianco.

Da pioniere italiano dell'elettronica e della computeristica musicale, che prospettive di evoluzione individui per questo tipo di linguaggio musicale?

Non ci si ferma mai, siamo arrivati a forme di sintesi straordinarie. Mi sembra che l'evoluzione, anche in base agli studi che si stanno effettuando in Russia e negli Stati Uniti, vada in direzione di un'elettronica sempre più "trasparente", capace di oltrepassare gli ostacoli e raggiungere in modo sempre più puro il centro più intimo dell'essere umano. Ci sono dei suoni che hanno una capacità di attraversamento della materia più forte di altri: è il concetto opposto a quello del muro del suono. Lo stesso discorso si può applicare alla musica acustica. Se al gesto di suonare la tastiera del pianoforte conferisci una intenzionalità tale da raggiungere, attraverso la vibrazione delle corde, i centri vitali dell'ascoltare, tra esecutore e ascoltatore si crea una più intima comunione, una trasmissione di emozioni che diventa, appunto, più trasparente.

La musica pop ha ancora un posto, in tutto questo? L'hai abbandonata completamente?

Mi interessa ancora. Ma mi sembra che il magnetismo e il potere catalizzante della musica dei Beatles e dei Rolling Stones, dei Pink Floyd o anche degli U2, oggi sia scomparso. Che quella forza disgregante e rigenerante si sia annacquata. Però non ho abbandonato il campo: ho appena prodotto il disco di Eleuteria, una bravissima compositrice, cantante e musicista tra classica e pop che suona pianoforte e violoncello e il cui disco uscirà in autunno. Oggi ci vuole una prepazione che travalichi i confini, che spazi dal Conservatorio alle scuole di musica rock. Per questo, in ottobre, lanceremo una Educational Music Academy che mira a garantire un percorso formativo adeguato.

Negli anni Settanta, quando hai cominciato, le orecchie del pubblico erano aperte a musiche di ogni genere. Oggi, invece, si sono moltiplicati i canali attraverso cui la musica si diffonde. Qual è il contesto migliore, per un artista che come te si muove a tutto campo e lontano dal mainstream?

Oggi il pubblico non ha più gerarchie, a un mio concerto ho visto una bimba di nove anni tenersi per mano con una signora novantenne. Per fortuna c'è chi all'arte musicale chiede una funzione diversa, sapendo che può dare molto di più di un sottofondo o di un salvagente con cui colmare il silenzio. Esiste una musica in grado di risultare utile all'individuo come alla società. Questo significa che l'individuo conserva in sé una forza insopprimibile. E che l'umanità, malgrado tutto, è avviata su un percorso evolutivo. (am)

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