‘8 Mile’, il film di Eminem: il parere di Rockol

‘8 Mile’, il film di Eminem: il parere di Rockol
Non è male, il film interpretato da Eminem. E non è male nemmeno lui, come attore. Uscendo dalla proiezione in anteprima di “8 Mile”, alla quale abbiamo assistito ieri sera, rimuginavo su questa considerazione quasi sorpreso: temevo che mi sarebbero toccate due ore noiose, invece - nonostante la difficoltà di comprensione dei dialoghi, e la quasi totale impossibilità di comprensione delle parti rappate (sarà un bel problema decidere come doppiarle, se doppiarle, o sottotitolarle) - tutto sommato l’esperienza non è stata assolutamente spiacevole.

Il film è da una parte un prodotto assolutamente americano, fra “Rocky” e “Flashdance” e “Purple rain”, con la sua americanissima storia di ascesa al successo fra mille difficoltà.

La trama, che finora è stata raccontata con parecchie inesattezze, narra le peripezie di un ragazzo bianco che, a metà degli anni Novanta, cerca di farsi strada come rapper in un quartiere nero di Detroit; è così fitta di luoghi comuni (lo dico con benevolenza, il cinema è anche consolazione, non solo provocazione o sperimentazione) da far pensare, senza offesa per nessuno, a uno dei filmetti di Nino D’Angelo o (per andare ancora più indietro) a qualche “musicarello” degli anni Sessanta, quelli con Gianni Morandi o Al Bano. C’è il rapporto difficile con la madre, c’è il rapporto conflittuale col fidanzato della madre, ci sono le difficoltà economiche, il duro lavoro in fabbrica con il caporeparto severissimo, le relazioni strettissime con il gruppo di amici (Jimmy “Rabbit”, il protagonista, fa parte di una mini-banda di quattro persone nella quale è l’unico bianco), la rottura con la fidanzata e l’invaghimento per una biondina sexy e traditrice, la speranza di uscire dall’anonimato grazie alla musica, le resistenze ambientali, le risse, i litigi, gli scoramenti, gli scazzi col migliore amico e l’inevitabile riappacificazione nel prefinale - “Scusami.” “Non dire altro!” - , e l’altrettanto inevitabile lieto fine.


La sorpresa che non arriva dalla trama arriva dal protagonista: che è credibile, espressivo, disinvolto, perfino carismatico, tanto da mettere in secondo piano attori professionisti e d’esperienza (Kim Basinger, Mekhi Phifer, Brittany Murphy) - in questo indubbiamente facilitato da un ruolo che ricalca abbastanza fedelmente le sue caratteristiche, anche se Rabbit è buono e sincero, affezionato alla mamma e premuroso con la sorellina, leale con gli amici e volonteroso sul posto di lavoro. Della musica, ovviamente, non si può che dir bene: a parte i brani interpretati da Eminem, il resto è rap nero di buona fattura, con la presenza inattesa (e percepita in lontananza) di “Sweet home Alabama”, sulla quale Rabbit e il suo amico improvvisano rime (e siccome chi ascolta “Sweet home Alabama” è il fidanzato, ubriacone e violento, della mamma, si potrebbe pensare a un’allusione “sociale” critica nei confronti del country&western, la musica dell’America bianca e conservatrice).

Personalmente ho trovato molto interessanti le sequenze nelle quali, in un locale di Detroit, giovani rapper debuttanti si affrontano nell’improvvisare rime su basi musicali - è in queste sfide che Rabbit vincerà il duello fatidico, per poi allontanarsi lungo una strada urbana come John Wayne su una pista del Far West.

Non credo che saranno in molti a rilevarlo, e non lo dico per farmi bello ai vostri occhi: ma sappiate che queste sfide “poetiche” sono (state) frequentissime anche dalle nostre parti, specialmente in Toscana, dove l’improvvisazione in ottava rima su endecasillabi ha avuto cantori inimitabili: ormai si tratta di una tradizione in disuso, e uno degli ultimi a praticarla è stato Roberto Benigni. Se non lo sapevate, ricordatevelo, per stupire gli amici con la vostra cultura musicale (ma dovrete aspettare gennaio, quando il film uscirà nelle sale italiane).


(fz)
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