Credits: Merri Cyr
Nella notte di cinque anni fa, erano le ore tra la fine del 29 maggio 1997 e l’inizio del 30, Jeff Buckley si tuffò nel Mississippi, per fare un bagno. Era vestito (di certo non la migliore condizione per nuotare), e fu probabilmente un’onda causata da un battello a farlo affogare. Il suo corpo venne ritrovato in un canale di Memphis il 4 giugno successivo. In questo modo tragico - ed anche un po’ stupido - finiva la vita di una delle stelle nascenti del rock: aveva appena 30 anni.
Rockol lo vuole ricordare nella notte in cui morì: una figura di “bello e dannato”, come quel padre, Tim, che quasi non conobbe eppure al quale somigliava maledettamente.
Jeff Buckley, mentre era in vita, pubblicò qualche singolo, un EP (“Live at Sin-è”) ed un album di bellezza cristallina, “Grace”: fu soprattutto quest’ultimo a farlo consacrare come la “next big thing” della musica, sospeso com’era tra brani eterei (la rilettura quasi mistica di “Hallelujah” di Leonard Cohen), rock tirati (“Eternal life”, dal titolo che sa di beffa, con il senno di poi) e ballate radicate nella migliore tradizione americana (“Lover you should’ve come over”).
Jeff non riuscì mai a dare un seguito a quell’album. Ci provò, eccome: a Memphis stava provando a registrare il secondo disco, dal titolo provvisorio di “My sweetheart the drunk”, per il quale aveva inizialmente convocato l’ex Television Tom Verlaine come produttore, salvo poi decidere che il lavoro era tutto da rifare.
Il disco venne pubblicato nel 1998, sotto il titolo di “Sketches for My sweetheart the drunk”, a cura della madre di Jeff, Mary Guilbert, che da allora ne cura gli interessi in modo quasi dittatoriale. Non entriamo nei dettagli di quell’operazione, né di quelle successive (due live, rispettivamente del 2000 e del 2001), perché criticabili come tutte le operazioni post-mortem. Basta vedere quello che è successo al catalogo di Jimi Hendrix. E, come il leggendario chitarrista, anche Buckley figlio è diventato un’icona, ancora più del padre, morto pure lui giovanissimo. Ora, ogni voce significativa che si affaccia sulla scena viene definita “il nuovo Jeff Buckley”. E’ davvero un peccato che Jeff non sia qua a far vedere che “il nuovo Jeff Buckley” era lui, e nessun altro. Hallelujah.
Rockol lo vuole ricordare nella notte in cui morì: una figura di “bello e dannato”, come quel padre, Tim, che quasi non conobbe eppure al quale somigliava maledettamente.
Jeff Buckley, mentre era in vita, pubblicò qualche singolo, un EP (“Live at Sin-è”) ed un album di bellezza cristallina, “Grace”: fu soprattutto quest’ultimo a farlo consacrare come la “next big thing” della musica, sospeso com’era tra brani eterei (la rilettura quasi mistica di “Hallelujah” di Leonard Cohen), rock tirati (“Eternal life”, dal titolo che sa di beffa, con il senno di poi) e ballate radicate nella migliore tradizione americana (“Lover you should’ve come over”).
Jeff non riuscì mai a dare un seguito a quell’album. Ci provò, eccome: a Memphis stava provando a registrare il secondo disco, dal titolo provvisorio di “My sweetheart the drunk”, per il quale aveva inizialmente convocato l’ex Television Tom Verlaine come produttore, salvo poi decidere che il lavoro era tutto da rifare.
Il disco venne pubblicato nel 1998, sotto il titolo di “Sketches for My sweetheart the drunk”, a cura della madre di Jeff, Mary Guilbert, che da allora ne cura gli interessi in modo quasi dittatoriale. Non entriamo nei dettagli di quell’operazione, né di quelle successive (due live, rispettivamente del 2000 e del 2001), perché criticabili come tutte le operazioni post-mortem. Basta vedere quello che è successo al catalogo di Jimi Hendrix. E, come il leggendario chitarrista, anche Buckley figlio è diventato un’icona, ancora più del padre, morto pure lui giovanissimo. Ora, ogni voce significativa che si affaccia sulla scena viene definita “il nuovo Jeff Buckley”. E’ davvero un peccato che Jeff non sia qua a far vedere che “il nuovo Jeff Buckley” era lui, e nessun altro. Hallelujah.
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