Credits: Luigi Orru / Concessione in uso a Rockol
"It's not time to make a change..." e invece, si direbbe di sì: il ritorno su disco di Cat Stevens è il risultato di un cambio di rotta: Yusuf Islam, come si fa chiamare da 20 anni, ce l'ha ancora a morte (letteralmente) con Salman Rushdie, ma non più con la musica, che gli ha dato fama imperitura. L'autore di "Father and son" ha spiegato alla rivista musulmana "Q news" che "la tragedia della Bosnia gli ha suggerito una rivalutazione della visione della musica e del suo ruolo nella vita sociopolitica dell'Islam". Di qui la decisione di rompere il silenzio musicale impostogli dall'islamismo più ortodosso e partecipare alla produzione di un cd con un gruppo di artisti bosniaci emergenti. Il vecchio Yusuf non si limita a cantare, ma in un brano si accompagna con un synth, macchina satanica per gli integralisti. Un riavvicinamento di Cat Stevens alla musica, abbandonata nel momento della conversione, nel 1977, era già avvenuto con "Life of the prophet": un disco di letture del Corano che comprendeva un brano cantato. Un buon motivo è probabilmente dato dal fatto che Stevens è alla ricerca di fondi per la scuola islamica da lui fondata nel 1983 a Londra. In ogni caso, ultimamente il mondo islamico rivela (un po' come il Vaticano) una certa apertura verso il rock: il direttore di "Q news", ad esempio, lo ritiene "un'arma culturale di cui abbiamo disperato bisogno per rafforzare e proteggere noi stessi e la religione". Gli integralisti sostengono che la musica (e non ci sentiamo di dare loro torto) è in grado di liberare emozioni che sono il sostituto di una vera esperienza religiosa: solo Dio, secondo loro, ha il diritto di scuotere l'anima umana. E' vero però che in questo periodo le radio dei paesi islamici faticano ad arginare le richieste di brani delle Spice Girls. Tanto vale, allora, dare il via a una "guerra santa".
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