Una sulfurea presenza si aggira tra le pagine del “Sunday Times”. Alle pagine 4 e 5 di “Style”, decimo ed ultimo supplemento dell’edizione domenicale del “Times” di Londra, un’inquietante foto ritrae un irriconoscibile Pete Burns, leader dei Dead Or Alive, gruppo che negli ultimi anni è stato ritenuto più morto che vivo. Corpo atletico, palestrato, scolpito, da macho. Unghie laccate. Stivaletti. Collier alto una spanna. Lunghi capelli. Trucco pesante. Striature da zebra gli attraversano il corpo. Nudo, ad eccezione di una sorta di criniera che gli copre appena l’attributo. E’ veramente lui, Burns, l’uomo del quale Rockol scrisse per l’ultima volta il 26 ottobre 2000? Sì. Ma che ci fa sul domenicale che vende quasi un milione e mezzo di copie? Il cantante, intervistato nella sua abitazione londinese da Simon Mills, parla della sua esperienza televisiva, ovvero quando è recentemente apparso allo show “Never mind the Buzzcocks”. Confessa quindi d’essere diventato un fanatico dello sport (pesi, corsa, kick-boxing), attraverso il quale modella e rimodella il proprio corpo. Forse più interessante sapere, per coloro i quali ancora si ricordano del suo successone “You spin me round” degli anni Ottanta, che Burns afferma che i Dead non sono morti, e che anzi in Giappone sono una specie di gruppo di culto. Tra qualche mese uscirà addirittura un loro nuovo album, “Fragile”, una compilation con loro brani remixati. Che sia proprio lo stesso disco di cui si parlò nel 2000?
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