I trecento che c’erano hanno avuto ragione. Tutti gli altri, quelli che non avevano pensato fosse il caso di andare al Binario Zero di Milano per ascoltare Peter Hammill, hanno avuto torto marcio. Perché, come sempre, ascoltare dal vivo l’ex leader dei Van Der Graaf Generator (lo sappiamo, è un nome ignoto a chi abbia meno di trentacinque anni: ma, credeteci sulla parola, sono stati uno dei più grandi gruppi del rock inglese e non solo) significa vivere da vicino una vera emozione.
Più emaciato che mai, ma sempre capace di trarre da quel suo fisico esile una voce straordinariamente forte e drammatica, e fiancheggiato dall’ottimo violinista Stuart Gordon, il cantante e poeta e scrittore britannico ha regalato ai presenti un set (aperto dalla classicissima “Refugees”) di incredibile intensità, in cui la sua voce da muezzin delirante - sostenuta ora dal piano elettrico, ora dalla chitarra - ha declamato liriche inquietanti e struggenti, passando dal pianissimo al fortissimo, dal sussurro al ruggito, e sempre mantenendo una espressività e una comunicativa che pochi possono vantare nel mondo del rock. Se poi è corretto classificare Peter Hammill nel rock: nei nostri scaffali (scusate l’enfasi) i suoi dischi, sia quelli con i Van Der Graaf sia quelli, numerosi e misconosciuti, registrati da solo, spesso autoprodotti e malamente distribuiti, sono in ordine alfabetico alla lettera G. Come Genio.