“Sono contento che non siano uscite le solite banalità per descrivere la nostra musica, del tipo ‘estate e allegria’. Perché, sotto sotto, siamo dei mediocri bastardi, e diventiamo subito irascibili quando pensiamo che prima o poi invecchieremo. Siamo furore e rabbia, e questo è ciò che vogliamo trasmettere al nostro pubblico”. Inizia così, amichevolmente, l’intervista via email con Bill Swan, polistrumentista e fonico dei Beulah, band più che colorata di San Francisco. I Beulah, ancora poco conosciuti qui in Italia, sono un vero e proprio mito nell’area dell’assolata città californiana. Anche se Bill e colleghi rifiutano di essere definiti come un gruppo che acquieta gli animi e infonde calore, la loro terra emana proprio questo: e alla fine, quasi a contraddire ulteriormente i sette di Frisco, anche la grafica del loro nuovo, terzo lavoro, “The coast is never clear”, è un’illustrazione che incrocia lo stile delle incisioni giapponesi a quelle hawaiane, con un effetto decisamente esotico. Un silenzioso scorcio fatto di palme e mare, incoronato dal sole al tramonto. “Il nostro cantante, Miles Kurosky, ha collezionato per diverso tempo oggetti di paesi orientali come la Cina e il Giappone, ed è anche per questo che il nostro sito Internet è costruito in quel modo. Il suo interesse ha influenzato anche gli artwork di molti nostri lavori. A volte passava da Chinatown e gli veniva l’ispirazione guardando delle scatole di tè e le loro etichette, che di solito sono davvero molto pittoresche”. Tutto, a parlare ‘virtualmente’ con Bill, risulta ancora più estroso se si pensa che la musica del gruppo, fatta di forti influenze “country, mariachi, samba, pop classico e un pizzico di punk” è perfettamente miscelata e ordinata sotto un nome altrettanto bizzarro: “Nel 1994 io e Miles”, spiega Bill, “siamo andati ad un Luau, una festa della tradizione hawaiana. In quel momento, il nome ci è improvvisamente piombato dal cielo, mentre ballavamo davanti al fuoco. L’abbiamo presa come una rivelazione di Dio e una spinta ad iniziare un gruppo. Un gruppo che potesse salvare il nostro pianeta. Questo è stato un sogno che Miles aveva già avuto un giorno ad occhi aperti, mentre stavamo lavorando insieme. Non me l’ha confessato fino al settembre del 1995, quando iniziammo a comporre i nostri primi pezzi e non l’ha mai ammesso a nessuno della stampa: per cui voi di Rockol siete i primi a sentire questa cosa”. Con Bill, e con il suo modo colloquiale di alternare una scrittura seriosa a battute-lampo, viene da sorridere, anche se il computer si rivela un mezzo decisamente troppo freddo per condurre un’intervista. Non si sa mai se prendere sul serio le sue risposte e le sue provocazioni. “In realtà non abbiamo deciso di cominciare a suonare per salvare il pianeta. Credo che chiunque che si trova in una band potrà dirti che il sesso è il vero motivo per dar vita ad un gruppo. Io ho incontrato mia moglie così. Prova a chiederlo a Mick Mars dei Mötley Crüe, credo lui ti dirà lo stesso. Il nostro motto è ‘non è per la musica, voi, buffoni!’”. E Bill davvero non si preoccupa della musica, né delle mille etichette che la stampa ha voluto attribuirle: “Non abbiamo problemi ad essere etichettati come lo-fi o altre cose del genere perché comunque è impossibile scamparvi. In ogni caso continuo a chiedermi se qualcuno si è mai accorto che siamo una vera band di country-western. Probabilmente nessuno. In fondo noi non ci sentiamo delle rockstar. Per quello devi cercare altrove. Scommetto che Mick Jagger saprebbe risponderti”. Se lo dicono i Beulah, noi ci crediamo.
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