Sopravvissuti al naufragio del rapporto con la major Universal, che li ha liquidati senza troppi complimenti (sorte comune, di questi tempi, a molti artisti di “nicchia”, vittime delle fusioni tra grandi corporation), i quattro canadesi tornano con “Open” (nei negozi dal 14 maggio), un disco che li vede corredare con estese jam chitarristiche e colori psichedelici le ipnotiche ballate in punta di piedi che rappresentano da sempre il loro tratto stilistico prevalente.
“Siamo venuti fuori da un brutto periodo suonando dal vivo”, hanno spiegato a Rockol i fratelli Margo e Michael Timmins, voce e “mente” della band di Toronto, di passaggio a Milano per promuovere l’album (licenziato in Italia alla S4 del gruppo Sony). “Dopo ‘Miles from our home’ siamo stati vicini come non mai al punto di non ritorno: i cambiamenti intercorsi con la fusione tra PolyGram e Universal hanno provocato la rottura del nostro contratto con la Geffen e quel che ne è seguito è stato un periodo di enorme frustrazione. Sono stati il tour successivo e il supporto del pubblico a convincerci che valeva ancora la pena di andare avanti”. “Eppure – aggiungono in coro – di quell’album non rinneghiamo nulla: volevamo un suono più alla moda, in stile Brit Pop, ed è quanto John Leckie ci ha messo a disposizione. Ancora adesso, riascoltandolo, ne siamo pienamente soddisfatti. Peccato nessuno si sia preoccupato di promuoverlo”.
Suonando dal vivo in lungo e in largo per i teatri e i club d’America, il gruppo ha dato vita alle canzoni di “Open”, provate e sviluppate sul palco sera dopo sera, prima di essere “fissate” in sala di registrazione. Dopo avere autoprodotto e venduto attraverso il proprio sito (www.cowboyjunkies.com) gli ultimi due dischi (una raccolta di inediti e rarità e un live) i Cowboy Junkies non se la sono tuttavia sentita di proseguire sulla strada dell’autogestione e sono approdati a un nuovo, doppio contratto discografico, con Cooking Vinyl in Europa e Rounder negli USA. “Il Web”, spiega Michael, “è un veicolo eccezionale per metterti direttamente in comunicazione con i fan, ma quando si tratta di licenziare materiale nuovo di zecca, le vendite che puoi realizzare attraverso quel canale non ti permettono ancora di coprire le spese di registrazione”. Le canzoni del nuovo album si ricollegano in gran parte ad un unico filo rosso: il tema dell’invecchiamento, della paura della morte e della maturità. “Invecchiare con dignità è anche un problema della musica rock”, dice Michael. “Gente come Neil Young, Lou Reed, Elvis Costello o Leonard Cohen dimostra che si può fare: non devi continuare a fingere di essere giovane per produrre buona musica. Sono questi i modelli a cui ci ispiriamo, ora che siamo in giro da quasi vent’anni”. Ancora in pista, dunque, per un altro giro di valzer: “Già, il valzer è diventato il nostro marchio di fabbrica”, sussurra Margo. “E’ un ritmo che si adatta perfettamente alla mia voce, che ti induce a ballare dolcemente o a cercarti un angolo in penombra dove gustarti la musica con calma. E’questo lo spirito dei Cowboy Junkies”.
Il resoconto integrale dell’intervista con la band canadese verrà pubblicato da Rockol lunedì 14 maggio, in contemporanea con la pubblicazione del disco.
“Siamo venuti fuori da un brutto periodo suonando dal vivo”, hanno spiegato a Rockol i fratelli Margo e Michael Timmins, voce e “mente” della band di Toronto, di passaggio a Milano per promuovere l’album (licenziato in Italia alla S4 del gruppo Sony). “Dopo ‘Miles from our home’ siamo stati vicini come non mai al punto di non ritorno: i cambiamenti intercorsi con la fusione tra PolyGram e Universal hanno provocato la rottura del nostro contratto con la Geffen e quel che ne è seguito è stato un periodo di enorme frustrazione. Sono stati il tour successivo e il supporto del pubblico a convincerci che valeva ancora la pena di andare avanti”. “Eppure – aggiungono in coro – di quell’album non rinneghiamo nulla: volevamo un suono più alla moda, in stile Brit Pop, ed è quanto John Leckie ci ha messo a disposizione. Ancora adesso, riascoltandolo, ne siamo pienamente soddisfatti. Peccato nessuno si sia preoccupato di promuoverlo”.
Suonando dal vivo in lungo e in largo per i teatri e i club d’America, il gruppo ha dato vita alle canzoni di “Open”, provate e sviluppate sul palco sera dopo sera, prima di essere “fissate” in sala di registrazione. Dopo avere autoprodotto e venduto attraverso il proprio sito (www.cowboyjunkies.com) gli ultimi due dischi (una raccolta di inediti e rarità e un live) i Cowboy Junkies non se la sono tuttavia sentita di proseguire sulla strada dell’autogestione e sono approdati a un nuovo, doppio contratto discografico, con Cooking Vinyl in Europa e Rounder negli USA. “Il Web”, spiega Michael, “è un veicolo eccezionale per metterti direttamente in comunicazione con i fan, ma quando si tratta di licenziare materiale nuovo di zecca, le vendite che puoi realizzare attraverso quel canale non ti permettono ancora di coprire le spese di registrazione”. Le canzoni del nuovo album si ricollegano in gran parte ad un unico filo rosso: il tema dell’invecchiamento, della paura della morte e della maturità. “Invecchiare con dignità è anche un problema della musica rock”, dice Michael. “Gente come Neil Young, Lou Reed, Elvis Costello o Leonard Cohen dimostra che si può fare: non devi continuare a fingere di essere giovane per produrre buona musica. Sono questi i modelli a cui ci ispiriamo, ora che siamo in giro da quasi vent’anni”. Ancora in pista, dunque, per un altro giro di valzer: “Già, il valzer è diventato il nostro marchio di fabbrica”, sussurra Margo. “E’ un ritmo che si adatta perfettamente alla mia voce, che ti induce a ballare dolcemente o a cercarti un angolo in penombra dove gustarti la musica con calma. E’questo lo spirito dei Cowboy Junkies”.
Il resoconto integrale dell’intervista con la band canadese verrà pubblicato da Rockol lunedì 14 maggio, in contemporanea con la pubblicazione del disco.
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