Il “Los Angeles Times” ha pubblicato una lunga intervista al leader dei Wallflowers, che per la prima volta ha parlato apertamente del rapporto con suo padre. “A 21 anni sapevo che la gente non avrebbe voluto parlare d’altro, con me, che della mia famiglia. Questo mi metteva a disagio”, spiega Jakob Dylan. “Ma non ho mai voluto prendere un nome d’arte, perché allora la gente mi avrebbe chiesto: ‘Perché rinneghi tuo padre?’. La verità è che sono fiero della mia famiglia. Non c’è mai stata nessuna tensione, nessun disaccordo con i miei: se ho evitato di parlarne finora è perché chiedo di essere preso per quello che sono, e ora credo stia cominciando a succedere. (…) So che la gente pensa che sia difficile crescere in una famiglia di celebrità. Ma a me non è sembrato così difficile, né importante. Avevo amici, avevo dei genitori, avevo una casa dove non c’erano dischi d’oro alle pareti. Certo, quando andavo a giocare a baseball nel campionato per ragazzi, quando toccava a me sentivo che il pubblico era più attento. Ma mi ci sono abituato, non era così importante”. Il primo ricordo del 31enne figlio di Bob e Sarah Dylan risale a un concerto del padre con la Band nel 1974. Ma ad influenzarlo sono stati altri musicisti. “In casa non sentivamo la radio, c’era musica molto più didattica e polverosa: Lightnin' Hopkins e Hank Williams. Poi, quando papà mi portò a vedere i Clash a Santa Monica, chiesi la mia prima chitarra elettrica”.
Nel nuovo album del suo gruppo, “Breach”, ci sono alcune canzoni che possono essere viste come riferimenti all’illustre padre. In “Hand me down” parla delle aspettative di chi si interessa a lui per il cognome che porta, e dedica ai suoi figli “Babybird" con la consapevolezza di essere stato a sua volta oggetto di un brano (“Forever young” di Bob Dylan). “Un tempo mi sarei autocensurato, avrei scartato questa canzone pensando che la gente avrebbe fatto paragoni. Una volta mi avrebbe dato fastidio”.
Nel nuovo album del suo gruppo, “Breach”, ci sono alcune canzoni che possono essere viste come riferimenti all’illustre padre. In “Hand me down” parla delle aspettative di chi si interessa a lui per il cognome che porta, e dedica ai suoi figli “Babybird" con la consapevolezza di essere stato a sua volta oggetto di un brano (“Forever young” di Bob Dylan). “Un tempo mi sarei autocensurato, avrei scartato questa canzone pensando che la gente avrebbe fatto paragoni. Una volta mi avrebbe dato fastidio”.