Risalto è offerto dai quotidiani nazionali anche alla doppia data dei Radiohead alla Villa Reale di Monza: “Radiohead prodigio tra incubi e estasi”, titola Repubblica nell’articolo a firma Giacomo Pellicciotti, che scrive: “Non sorprendono perciò la spartana sobrietà dello spettacolo, illuminato da luci essenziali, e il carattere sperimentale dell'esibizione che lascia molti margini di miglioramento. Nella manciata di brani ascoltati ieri per la prima volta, che dovrebbero far parte del quarto disco, si resta un po' disorientati dalla loro indefinitezza sonora. Più che canzoni sono vampate di musica aperta in cerca di un centro di gravità. Questo è il limite delle lunghe divagazioni ectoplasmatiche che ancora devono risolversi pienamente, come "Optimistic", "Morning bell", "How to disappear", "Knives out", "National Anthem" o "Everything in its right place". Brani che emanano comunque un fascino sottile, un insopprimibile desiderio di avventura. I Radiohead ripartono, è inevitabile, dagli esiti ammalianti di "OK computer", l'album della esplosione tardiva di tre anni fa, con un suono volutamente scarno, a tratti quasi acustico, senza forzare il volume o i toni. Sul palco suonano caute ma inconfondibili le trame spregiudicate delle tre chitarre, mentre la vocalità allucinata di Thom Yorke spinge i suoi falsetti oltre i confini dell'immaginabile, anche a costo di rischi superflui.
Com'è noto i Radiohead dal vivo non rispettano mai le loro canzoni, sempre in cerca di nuovi climi e inedite dimensioni rispetto alle sintetiche versioni su disco. Anche nel riproporre i successi più famosi come "Karma Police", "Airbag", "Paranoid android", "Lucky" o "Bones", l'innata vocazione psichedelica prevale su ogni razionale condizionamento. E alla fine, si resta conquistati dai voli improvvisi, dalla capacità di mutare sentimento in pochi istanti, passando dalla cupa malinconia all'euforia contagiosa. I musicisti sono tesi in un'esaltazione continua, che traspare visibilmente dai corpi che ondeggiano, s'impennano nel lasciar lievitare le sensazioni più recondite. In pieno turbamento creativo, lo strepitoso Yorke e gli eccellenti John e Colin Greenwood, Ed O'Brien e Phil Selway, trentenni senza volto, sembrano posseduti da una specie di trance collettivo, che finisce per trasmettersi osmoticamente al pubblico”. Del concerto riferisce anche Andrea Laffranchi sul Corriere della Sera, con un articolo intitolato “I Radiohead: rock, mai negli stadi”.
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