A Genova per De André, o per cos'altro?

A Genova per De André, o per cos'altro?

Dalla lettura dei quotidiani di oggi abbiamo appreso che il concerto genovese in memoria di Fabrizio De André, tenutosi ieri sera al Teatro Carlo Felice, è stato un'occasione di «commozione, tanta commozione, ovazioni alle più belle interpretazioni, e perfino fischi». Lo scrive “La Repubblica", mentre “Il Corriere della Sera" spiega che «la serata ha regalato emozioni ai 2000 in sala e ai 30.000 assiepati in piazza De Ferrari sotto i due megaschermi». Molto bene; ma poi? Possibile che non ci sia nient'altro da dire, su una serata in cui - nell'arco di tre ore serrate e dense, nel bene e nel male - hanno strisciato sudato pianto sullo stesso palco almeno cinquanta tra musicisti e cantanti?
E' vero, non c'era tempo, il concerto è finito tardi (a mezzanotte), il pezzo doveva andare in pagina. Ma un po' d'attenzione in più ce la saremmo aspettata. Scrive ancora “La Repubblica” che la Vanoni «ha sbagliato "Bocca di Rosa" attaccando con un "mi chiamavano Bocca di Rosa" (invece di "la chiamavano Bocca di Rosa"), ma forse era intenzionale, chissà». Come "chissà"? Lella Costa prima, Ornella Vanoni poi hanno spiegato il senso della scelta; la Vanoni, al termine della sua interpretazione, ha chiaramente pronunciato, rivolta a Fabio Fazio, la seguente frase: «Tu mi hai fatto peccare di presunzione dicendomi di cantare in prima persona. Ma se c'è in sala la vera Bocca di Rosa, in questo modo almeno la scarico da tutti i suoi eventuali peccati».
"Il Giorno/Il Resto del Carlino/La Nazione", descrivono «una serata da Club Tenco, con emozioni da Festivalbar, disomogenea anche nell'impegno». La frase sfiora il punto nodale della questione: su quel palco, ieri sera, sono salite persone diverse (vero), che hanno accettato di partecipare gratuitamente a un'iniziativa il cui ricavato è stato devoluto in beneficenza (verissimo), che in qualche modo erano legate a De André o che almeno lo ammiravano (più che probabile), ma che - soprattutto - avevano intenti diversi.
Qualcuno, su quel palco, ci è salito per ricordare davvero De André. L'hanno fatto gli Zoo di Lorenzo Monguzzi, da Monza, che han suonato una "Geordie" da brividi, con due chitarre e una fisarmonica. Si son cambiati addirittura il nome, assumendo l'identità del misconosciuto gruppo "I Mercanti di Liquore", per quanto poco gliene fregava di mettere in mostra se stessi. L'ha fatto Eugenio Finardi, che ha studiato la parte con serietà e si è emozionato lo stesso, aprendo in maniera improbabile tutte le vocali della frase "Verranno a chiederti del nostro amore". L'ha fatto Vasco, seduto composto come uno scolaretto in "Amico fragile", che apriva il concerto; l'ha fatto Zucchero in "Ho visto Nina volare": lui sullo sfondo, la canzone in primo piano, ci ha infilato soltanto un paio dei suoi "Yeah" da bluesman sul finire. Repeat and fade. L'ha fatto Battiato, sopraffatto dal ricordo di De André al punto da mangiarsi tra le lacrime l'ultima strofa di "Amore che vieni, amore che vai". L'ha fatto Gino Paoli, dedicando al suo concittadino una poesia di Firpo, prima di cantare "La canzone dell'amore perduto". E poi l'ha fatto Fiorella Mannoia, strepitosa interprete di "Khorakhané"; e Francesco Baccini, che in "La Ballata dell'amore cieco" ha infilato persino il kazoo, o Bennato, che ha messo la sua armonica in "Canzone per l'estate".
Non ha pretesa di completezza questo nostro elenco, ed evitiamo anche di riempire di complimenti Luvi De André, Cristiano, Mauro Pagani, Dori Ghezzi - che con Fabrizio hanno un filo diretto, e che quasi certamente ci parlano tutti i giorni. Ma prima di concludere vogliamo sottolineare un punto: dell'ottimo suono de "Il pescatore", eseguita in maniera inappuntabile dalla PFM dello scatenato Franz Di Cioccio, ieri sera non c'era bisogno. C'era bisogno di lacrime e sudore, per dirla con Ivano Fossati - che ha scelto di non partecipare, e probabilmente ha fatto bene. Non c'era la tv ieri sera, è vero: e per fortuna. Ma l'assenza del Grande Fratello non è bastata a cancellare del tutto la sensazione che, in quel teatro, si stesse svolgendo una recita. E che alcuni degli attori, troppo presi dal proprio ruolo, si siano sentiti più grandi di quanto non fossero in realtà. Dimentichi o ignari del fatto che - invece - grande era il palco, e loro piccini piccini. Che, a socchiudere gli occhi, non li si vedeva più. Che, a tapparsi appena le orecchie, quasi non li si sentiva.

Dall'archivio di Rockol - La storia di "Creuza de mä" di Fabrizio de André
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