Parla Chuck Prophet, ‘splendido bugiardo’ del rock americano, in Italia per due date: il 5 a Torino e il 7 a Roma.

Due concerti per Chuck Prophet in Italia. Fresco di nuovo album, “The hurting business”, Prophet suonerà domenica 5 dicembre allo Zoo Bar di Torino e il 7 dicembre al Big Mama di Roma. E’ appena arrivato a Milano, ma la voce, al telefono, squilla come se Chuck avesse appena ricevuto la notizia di aver fatto 6 all’Enalotto: «Hello, my brother, how are you?». Non è il Chuck Prophet scontroso incontrato qualche anno fa in occasione dell’uscita di “Feast of hearts”, tutt’altro: l’ex-componente dei Green On Red etichettato dalla stampa come l’anello di congiunzione ideale tra Paul Westenberg e Bob Dylan in questa occasione è ilare e socievole, anche se come sempre con lui bisogna misurare le parole. E’ bastato usare un ‘tipical american’ a proposito del suo stile per farlo insorgere in un attimo: «Non mi sembra di avere niente di tipico, cos’è ‘sta storia del ‘tipico’?». E soltanto dopo le spiegazioni del suo interlocutore, che lo assicura di aver usato la parola non in senso folkloristico ma per definire tutta la personalità di un certo tipo di canzone d’autore, si rilassa e si rimette a parlare: «Be’, certo, nelle mie canzoni c’è l’America. Il motivo è che a me piace quel mondo, e quel modo di raccontare le storie. Adoro Tony Joe White, Bob Dylan, Tom Waits, sono loro i miei riferimenti. Per cui non posso che scrivere canzoni di quel tipo». “The hurting business”, il suo nuovo album, uscirà negli States soltanto nel 2000, e ai primi ascolti sembra a dir poco un capolavoro. Per presentarne i contenuti Chuck ha messo in scena personalmente una cartella stampa che racconta di come queste canzoni siano in realtà state scritte per un film che non verrà mai girato. «Naturalmente è una bugia», dice, «è che avevo voglia di scrivere una cartella stampa un po’ diversa, invece delle solite cose». Anche la tua biografia è ridotta all’osso: «Ma sì, chissenefrega di quella roba. Pensi che dovrei preoccuparmene?» Direi di no, anche perché non mi sembri uno che abbia molta voglia di guardarsi indietro…«Esatto. Sono contento del lavoro fatto con i Green On Red, ma adesso ho dell’altro da fare». Perché lo hai intitolato “The hurting business”? «Perché sono le storie d’amore, quelle felici e quelle infelici, ciò intorno a cui il mondo gira» Qualcuno ha detto “Spare parts and broken hearts/ keep the world turnin’ around…” (Bruce Springsteen, “Spare parts”, dall’album “Tunnel of love”, ndr): «Esatto, stiamo proprio parlando della stessa cosa». Nelle tue storie respira un’America fatta di bar, di strade, di continui saliscendi tra fortuna e disgrazia, che stentiamo a credere esista ancora: non è ancora stata soppiantata dal ‘nuovo ordine mondiale’ fatto di tecnologia, informatica e tutto il resto? «No, anzi. Casomai ne subisce le conseguenze. Comunque la provincia è immensa, le grandi città sono enormi e offrono sempre la possibilità di trovare quello che stai cercando, e per uno come me non è poi difficile ricongiungermi ai miei simili, dovunque essi siano». In copertina hai una posa molto cinematografica: ti piacerebbe fare del cinema? «E perché no? Forse sarebbe un po’ pretenzioso, anche se sono sicuro che me la caverei molto bene. D’altra parte, oltre suonare, tutto quello che faccio è dire bugie!» Hai mai pensato di scrivere un libro, visti i testi che scrivi per le tue canzoni? «Sì, ma non so se sarei capace. Non credo di essere un nuovo Melville…» Che musica stai ascoltando di recente? «Aspetta, prendo la mia borsa dei Cd….vediamo, Tom Petty, Earth, Wind & Fire, Nine Inch Nails, Moby…» Moby? «Moby, proprio lui. L’album si intitola “Play”…perché?» A proposito, lo sai che Moby è parente di Melville? «Sì, l’ho sentito dire. Ma lo afferma lui, qualcuno ha mai fatto un controllo?» No, credo di no, ma perché dovrebbe inventarsi una cosa del genere? «Hai ragione. Be’, allora sappilo, io sono il nipote di Charlie Dickens!» Ok, fantastico, un colpo di scena dopo l’altro…c’è qualcuno con cui ti piacerebbe collaborare? «Sì, Tom Waits…» Ma per questo album hai lavorato con un suo collaboratore, Jacquire King…«Sì, ma vorrei comunque fare qualcosa con lui. Credo che sia giunto il momento». Come saranno i tuoi due concerti italiani? «Saranno dei concerti rock, in cui farò la metà del disco nuovo o forse anche di più, qualche brano dei Green On Red e poi le altre cose che ho scritto da solo. Suoneremo, sorrideremo, faremo amicizia con la gente e racconteremo un po’ di storie vere e tante splendide bugie».
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