Su "La Repubblica" Giacomo Pellicciotti racconta il concerto di Reznor e soci all'Alcatraz di Milano, di fronte a duemila spettatori. «Buio in sala, luci fioche e intermittenti, un clima tenebroso e gotico accompagna due ore tese di musica dura come una mazzata, intensa e visionaria: sono arrivati infine i terribili Nine Inch Nails, rockband emanazione del genio dell'"heavy-industrial" Trent Reznor. Ed è stato lo spettacolo rock più forte e affascinante dell'anno. Dal vivo i Nine Inch Nails suonano un po' diversi dai tre album finora editi, anche perché in studio è il solo Reznor a manipolare filtri, macchine, loop e sonorità tra l'umano e il sintetico, in un delirio creativo che lo trasfigura completamente. Sulla scena si moltiplicano in cinque, cavalieri di un rock martellante ma rischiarato da più nobili aperture. Una vibrante dimostrazione che anche il metal, se calibrato in chiave high-tech, si può sfiorare l'arte e scatenare l'immaginazione del pubblico. In un concerto serrato e senza respiro, Reznor (canto e chitarra) e i suoi hanno ricreato in diretta parte dell'ultimo, torrenziale doppio album "The fragile", con sostanziosi recuperi dai due precedenti "Pretty hate machine" e "The downward spiral". Particolarmente applaudita la suite con il trittico "La mer", "The great below" e "The way out is through", con il palco coperto da un grande schermo su cui venivano proiettate immagini subliminali sui toni grigi e rosso scuro. Il singolo "Starfuckers, Inc." è arrivato alla fine di una performance che ha avuto toni epici, dark e catacombali, ma espressi con un controllo del suono e delle luci che sfiorava la perfezione».
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