Bruce Springsteen e la E Street Band, il ritorno (prima parte)

Bruce Springsteen e la E Street Band, il ritorno (prima parte)
Un set semplicissimo, una produzione minimale, solo il palco con i suoi musicisti: il pubblico del Palau Sant Jordi attende spasmodicamente il loro ingresso e gli oltre 20.000 presenti, scaldatisi con qualche ‘ola’, ormai hanno una sola parola da gridare e ripetere all’unisono: "Bruce-Bruce-Bruce".
Ore 21.15, calano le luci e solo nove spot bianchi sono puntati sui membri della risorta E Street Band, già schierata per fare sul serio. Dopo una decina d’anni di attesa, il rock and roll ritorna a sorridere quando, potenti, riecheggiano le prime note di "My love will not let you down", certamente non il più prevedibile degli attacchi; il solco tracciato da "Tracks" non poteva che spostare l’accento dello show dai cavalli di battaglia all’importanza del repertorio, della carriera integrale dell’Artista - e i suoi, stasera, sono pronti.
La grande domanda aleggia su tutto e tutti: ma la E Street Band, come andrà...?
Il brano di apertura è ancora in rodaggio, e c’è giusto il tempo di dare un’occhiata ai ragazzi. Max Weinberg - pantalone e gilet neri, camicia azzurra e occhiali inforcati - mostra con dignità qualche primavera in più, piazzato lassù, dietro, a pestare sui tamburi e a dettare il ritmo con Gary Tallent, il bassista che tende al mimetismo. Sempre posteriormente, sistemati alle estreme del proscenio, si stagliano Danny Federici, sepolto tra tastiere e fisarmonica, e Roy Bittan, impeccabile ed eretto al pianoforte. Chi si è chiesto cosa ci faccia Charlie Watts insieme a Jagger e Richards, dovrebbe preoccuparsi anche di scoprire come mai "il Professore" bazzichi certe compagnie...
Davanti, sull’orlo del palco, ai lati di Springsteen, sono disposti Clarence Clemons - lunghe "dreadlock" legate in una coda, elegante completo scuro, un paio di orecchini di pesante oro massiccio: il ritratto della simpatia, oppure il peggiore incontro immaginabile in una notte fredda e buia; Nils Lofgren, il folletto di un tempo, solo con i capelli corti; Steve Van Zandt, impegnato a meritarsi anche stasera il nomignolo di "Miami" Steve: veste una camicia lunga e inenarrabile e la consueta bandana, calza stivali pitonati - lo ritroviamo esattamente come lo avevamo lasciato; e Patti Scialfa, la moglie del capo, la corista con la chitarra acustica, a doverosa distanza dal marito, nella stessa posizione che ha sempre occupato ma che ora pare studiata apposta per dare l’impressione di non volere entrare nel cono di luce della star.
Bruce - stivali, calzoni e giacca neri, camicia grigia - è concentratissimo e studia ogni movimento dei suoi compagni, ci tiene alla perfezione fin dal primo secondo: ecco perché impiegherà qualche minuto prima di sorridere e sciogliersi. "Prove it all night" è il momento del vero ritorno del "Big Man" sulla scena: ottimo il suo assolo al sax ma, ancora migliore - e leggermente inconsueto nello stile e nell’insistenza - quello di Spingsteen con la sua Fender. Con "Two hearts", Little Steven si unisce al microfono di Bruce per duettare alla voce, ed arriva finalmente il saluto alla folla, in catalano stretto: "Bona nit. Com esteu? Estic content d’estar en aquesta bonica ciutat de Barcelona".
Il Palau Sant Jordi quasi viene giù dall’entusiasmo e, con "Darkness on the edge of town", giunge il primo momento magico della serata: l’esecuzione del brano è nuova, ha un che di sincopato e rallentato; Springsteen è ispiratissimo, tira fuori la voce e tutto il soul che gli sgorga naturale; per essere un pezzo crepuscolare, la E Street riesce a farne una vera fucilata e, da "ballad" come lo conosciamo, lo trasforma in un "rocker".
Il ghiaccio è definitivamente rotto e il pubblico è in delirio. Ma l’artista lo seda e chiede letteralmente silenzio: parte la "slide guitar" di Lofgren e, per "Mansion on the hill", Patti duetta con il marito, cantando con la consueta bravura - e meritandosi un bacio da lui e una salva di fischi di ammirazione seguiti da applausi da parte degli spettatori. Al termine del brano le luci si spostano sull’immensa figura di Clarence Clemons che, per oltre un minuto, si lascia andare in una "intro" soft, da night club, volutamente divagatrice; solo quando Bruce si unirà all’armonica a bocca e Danny Federici imbraccerà la fisarmonica sarà chiaro che è "The river" che stanno per iniziare a suonare: con uno dei brani tradizionalmente più amati dal pubblico di Springsteen, il gruppo chiude una fase commovente e meditabonda per spazzare via tutto con una sferzata di energia.
"Youngstown" pare fatta apposta per spiegare cosa ci fanno tre buone chitarre (peraltro affiancate anche dall’acustica di Scialfa) insieme sullo stesso palco, e offre anche l’occasione per le prime gag dei ritrovati amici; ma "Murder incorporated" - durissima, fantastica, con un attacco da manuale - è la sublimazione del rock and roll e resterà, a conti fatti, uno dei tre migliori pezzi eseguiti, probabilmente quello che meglio riesce a immortalare l’affiatamento e le doti della E Street Band, scatenata in una jam da antologia che pare non avere mai fine. E, come se non bastasse, lancia una canzone tra le più attese, "Badlands", che è da apoteosi. Adesso Bruce Springsteen è in pieno controllo del suo gruppo, del suo pubblico, della sua chitarra e della sua voce; e, allora, comincia a comportarsi come il performer che già da venticinque anni è entrato nella leggenda per le sue doti di animale da palco. Nessuno balla bene come il Boss quando balla male, e tutti i presenti sono contenti fino alle lacrime di vederlo in forma smagliante. Parte "Out in the street" e la band (ad esclusione dei tastieristi e del batterista) si raggruppa intorno al leader, che poi lascia ai suoi il suo microfono; Clarence vuole ballare, gli altri non gli fanno spazio e così Big Man solleva Nils come un fuscello e lo getta lontano qualche metro, guadagnando la prima linea, un elegantissimo ed esilarante orso bruno. Tocca a "10th avenue freeze out": non lo sappiamo ancora, ma stasera questo brano ha preso il posto che storicamente era di "Rosalita" (attenderemo invano...) e servirà a Springsteen, oltre che per un’altra jam session da ricordare, a presentare al pubblico i componenti della E Street Band, in uno stile vaudeville che solo lui può permettersi senza perdere la faccia. Mentre la formazione continua a sostenere il ritmo, Bruce interrompe ripetutamente il suono con gesti improvvisi che i suoi colgono al volo, lanciandosi in una spaccata e facendolo poi ricominciare; a turno, ognuno avrà il suo assolo all’interno del pezzo, fino a quando - giunto il suo momento - Nils Lofgren partirà per la tangente lanciandosi in svisate clamorose, uscendo dal tema, gettandosi in ginocchio e suonando con i denti alla Hendrix: sollecitato da un Clemons studiatamente seccato, Springsteen gli si fa accanto per fermarlo e risistemare le cose. Alla fine il pezzo, tirato e lunghissimo, risulterà in una specie di energetico gospel. Già visto, sì, ma sempre geniale.
Dall'archivio di Rockol - Bruce Springsteen racconta Asbury Park
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