I
Doors
tirarono il pacco all'ultimo momento. Ian Anderson dei
Jethro Tull
disse che non aveva nessuna voglia “di passare un weekend in un campo pieno di hippie puzzoni”. I
( dp )
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Tutto su Woodstock
Led Zeppelin
declinarono perché non volevano sentirsi “una band in mezzo a tante”. Anche i
Byrds
passarono la mano, perché “alla fine Woodstock non era diverso dai tanti altri festival estivi in programma”. I
Moody Blues
erano già impegnati, e
Bob Dylan
marcò visita. Ma ormai non c'era più tempo. Erano passate da poco le 5 del pomeriggio di venerdì 15 agosto 1969 a Bethel, New York: nel backstage allestito sulle sponde del Filippini Pond, dove già qualcuno stava facendo il bagno nudo,
Richie Havens
si stava preparando a salire sul palco. Da allora, il rock e il mondo non sarebbero stati più gli stessi.
Il resto è inutile raccontarlo, perché è storia: il set all'alba degli
Who
, i lancinanti feedback di
Hendrix
su “Star-spangled banner”,
Joe Cocker
con l'allucinata rilettura della beatlesiana “With a little help from my friends”,
Joan Baez
al sesto mese di gravidanza che canta “We shall overcome” e tutto il resto (raccolto nell'ottimo, omonimo rockumentary firmato da Michael Wadleigh con la collaborazione di Thelma Schoonmaker e Martin Scorsese, per il quale la Warner Bros sborsò sull'unghia la bellezza di 100.000 dollari solo per i diritti di ripresa) sono diventati, col passare del tempo qualcosa di più che un semplice documento. Hanno incarnato, nel corso degli anni, il sogno, l'utopia, il rimpianto per un'età dell'oro irrimediabilmente persa, bruciata come l'innocenza di quei giovani che allora facevano il bagno nudi nel Filippini Pond e che pochi anni dopo sarebbero stati assunti da multinazionali senza scrupoli,
baby boomers
passati, nel giro di una ventina d'anni o poco più, dal “
make love not war
” all'etica del profitto a qualsiasi costo e ai peggiori
cover up
governativi in stile Iran-Contras. Oggi, che a quarant'anni esatti dal quel 15 agosto siamo bombardati, a tal proposito, da concioni di illustri sociologi, raffinate disamine di addetti ai lavori e accademici volte a scoprire se lo “spirito” di Woodstock sia o meno vivo, presso chi e perché, ci piace pensare all'avventura di Roberts, Rosenman, Lang e Kornfeld come a quella vissuta da quattro persone normali investite da qualcosa di infinitamente più grande e straordinario di loro, come sempre accade quando la Storia si interseca con le esistenze degli uomini. Più che lungimiranza o capacità di cogliere lo zeitgeist, la lezione – ancora attuale - che possono aver tramandato Roberts e soci, così come tutti gli artisti saliti sul palco e tutti i ragazzi accorsi ad ascoltarli, potrebbe essere stata quella, semplicissima, di farsi trovare pronti. Anche se, alla fine, era solo un concerto rock, come tanti altri. Anche se dopotutto, per loro e per i gruppi, erano solo affari, e non c'era niente di speciale da celebrare o dimostrare. Perché la Storia, appunto, non prende appuntamenti, e – per nostra fortuna – non concede mai bis.
( dp )
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