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Eiffel 65

Eiffel 65

Un anno e mezzo vissuto a velocità supersonica sotto i riflettori del mondo, dall’uscita di “Europop” alla preparazione del secondo album “Contact!”, la cui uscita in Italia è annunciata per il 29 giugno prossimo. Da Torino a Mosca, dal Sud America a Los Angeles e ritorno. Quattrocento concerti (!), duecento esibizioni televisive: un tour de force esaltante e massacrante che ha trasformato tre discreti e riservati trentenni torinesi (due d’adozione, uno DOC) in uno dei più clamorosi fenomeni da esportazione della musica pop italiana degli ultimi anni (11 milioni di copie vendute, tra album e singoli; quasi tre milioni di pezzi di “Europop” smerciati nei soli Stati Uniti, dove il singolo “Blu” è stato premiato qualche settimana fa dalla società degli autori BMI come pezzo più trasmesso nel 2000 dalle radio americane). A colloquio con Rockol nel loro rifugio-quartier generale torinese (l’etichetta-studio di registrazione Bliss Corporation) Maurizio, Jeffrey e Gabry – alias gli Eiffel 65 - si confermano le pop star più ordinarie del pianeta, mentre raccontano con divertita calma e quieta eccitazione la loro straordinaria avventura e i preparativi del nuovo disco, sottolineando a più riprese il loro sogno più grande: continuare a fare musica restando fedeli a se stessi.

Cosa vi è rimasto, di un periodo così intenso trascorso in giro per il mondo?
Maurizio: Siamo consapevoli del fatto che, per chi fa musica dance, il successo di solito arriva e scompare altrettanto velocemente. Anche per questo abbiamo cercato di assorbire come spugne le culture e le esperienze con cui ci è stato possibile venire a contatto durante questo periodo frenetico di attività, sia sul piano professionale che sotto il profilo più strettamente umano. In fondo è stato come farsi un fantastico giro del mondo gratuito, anzi addirittura pagato. Certo, è stato anche un bell’impegno. Il record assoluto lo abbiamo stabilito nel novembre del ‘99, quando ci siamo esibiti sei volte nell’arco di 24 ore: due in Danimarca, una allo stadio Olimpico di Monaco prima di una partita del Bayern e tre in Svezia!

In quale paese avete riscontrato le reazioni più entusiaste, più sorprendenti?
Jeffrey: In Russia, direi. Non ce l’aspettavamo, perché ci avevano sempre parlato di quel paese come di un posto in cui si vendono pochissimi dischi. E’ stata una grande sorpresa trovarci a suonare ogni volta davanti a 10-15 mila persone.
Gabry: Anche la reazione del pubblico americano ci ha stupito, tenendo conto che lì la cultura musicale dominante è molto distante dalla dance così come la concepiamo noi. Verificare una risposta così entusiasta ad un disco che arrivava da oltreoceano è stato davvero sorprendente. In America abbiamo fatto promozione per quasi due mesi, spostandoci ogni giorno da uno stato all’altro per partecipare a grandi concerti, organizzati solitamente in spazi aperti come parchi o stadi, davanti a moltissima gente.
Jeffrey: Lì la promozione passa tutta attraverso l’attività live piuttosto che in televisione. Alla fine della stagione scolastica, la radio più importante della zona organizza un grande concerto all’aperto chiamando gli artisti più popolari del momento: così ci siamo trovati a condividere il palco con gente come Lenny Kravitz, Bon Jovi, gli Hanson, Enrique Iglesias, Sugar Ray. Appena arrivati, il nostro secondo concerto è stato nello stadio dei Dodgers a Los Angeles davanti a 75 mila persone. E siamo rimasti a bocca aperta vedendo le nostre facce stampate in formato gigante sui manifesti in mezzo a tutte quelle rock star. Ho subito immortalato il tutto con la macchina fotografica…
Gabry: La cosa più bella era vedere la reazione degli addetti ai lavori, dei tecnici e degli organizzatori. Forse condizionati dalle esperienze precedenti, gli veniva automatica l’equazione tra gruppo italiano, pezzo dance e playback, e la prima domanda che ci rivolgevano ovunque era sempre la stessa: dov’è il DAT? Quando rispondevamo che suoniamo dal vivo, non ci volevano credere. Noi invece abbiamo subito cercato di costruire uno spettacolo che stesse in piedi anche in un contesto live, cercando di aggiungere anche un po’ di colore allo show. Alla fine del concerto, era bello verificare che il loro atteggiamento nei nostri confronti era radicalmente cambiato.

Vi è capitato di familiarizzare con qualche artista incontrato in tour?
Maurizio: In linea di massima ci piace scambiare opinioni con chi fa questo mestiere con la stessa passione che ci mettiamo noi, piuttosto che con chi si mostra più interessato al music business. In America ad esempio siamo diventati molto amici di Sugar Ray, da cui tra l’altro abbiamo tratto molti spunti per quanto riguarda lo spettacolo live: sul palco, lui è un artista che vale davvero la pena di vedere. Ci siamo resi conto che per gli artisti americani la dimensione live è fondamentale: anche gli Hanson, che noi siamo abituati a considerare tre ragazzini, arrivano sul palco, attaccano i jack e si mettono a suonare sul serio. Il playback è visto male, è quasi un tabù. E anche l’esperienza del concerto lì è diversa: è come un party aperto a tutti, dai 5 ai 50 anni, vissuto in un’atmosfera rilassante e festosa.

Il gruppo ha sempre avuto un’immagine caratteristica, sia nei video che nelle esibizioni live. La cambierete, in corrispondenza della vostra evoluzione musicale?
Jeffrey: No, stiamo cercando di mantenere quell’immagine e di farla crescere nel tempo: un po’ come fossero le nuove puntate di “Star Trek”, in cui i protagonisti indossano delle fiammanti tute nuove. Quel che è sicuro è che manterremo una linea estetica che ci rappresenti: siamo una band che nasce dalla musica elettronica e che fa musica con i computer, e questa inclinazione si riflette naturalmente anche nella nostra immagine tecnologica-futuristica, ma senza esagerare. E’ diventato quasi un gioco con il pubblico, a cui risulta più facile, in questo modo, memorizzare l’immagine della band. All’inizio è servito a renderci facilmente riconoscibili.

Come sono andate le registrazioni dell’album? In che modo interagite tra di voi, in fase di composizione?
Jeffrey: Abbiamo preferito fissare su nastro molto materiale, oltre trenta demo, prima di selezionare i pezzi che ci convincevano di più. Come al solito, è risultato prezioso il contributo dell’intero staff (una quindicina di persone) che lavora qui alla Bliss Corporation. All’interno del gruppo, ciascuno ha un ruolo abbastanza preciso: Maurizio è il musicista e di solito è lui a incaricarsi di scrivere la melodia del pezzo, Gabry è un dj e il suo compito è di adattare le sonorità al mondo delle discoteche mentre io sono il cantante e mi occupo dei testi. Ma in realtà il lavoro non è mai così nettamente separato, ognuno ha continuamente a che fare con gli altri. In questo nuovo album ci sono pezzi scritti da Gabriele, altri composti da me o dagli altri ragazzi che lavorano con noi nel team della Bliss. Il nostro lavoro non è mai il frutto di un’unica mente: lavorare in gruppo ti permette di avere una prospettiva più ampia, di non fossilizzarti su idee e convinzioni preconcette.
Maurizio: Le diciotto tracce che compongono la scaletta finale sono il frutto di circa sei mesi di lavoro. Abbiamo cominciato mentre eravamo in tour in America, nel maggio dell’anno scorso, lavorando durante gli spostamenti in pullman con l’aiuto di un computer portatile, di una tastiera e di una coppia di casse. “Back in time”, il singolo che ha anticipato l’album, è nato in questo modo ed è stato il primo pezzo scritto per il nuovo disco. Tornati a Torino, abbiamo preso in mano la situazione in maniera più decisa. Questa volta però è stato più difficile: rimanere per tanto tempo distanti da casa e assorbire influenze diverse da altri paesi ci ha reso più aperti culturalmente, ma allo stesso tempo c’è voluto più tempo per rinfrescarsi le idee e riprendere contatto con il lavoro creativo, con la produzione di studio vera e propria.

Tutti questi impegni vi hanno lasciato poco tempo per lavorare su produzioni altrui, immagino…
Maurizio: Fino a un certo punto. Abbiamo realizzato il remix di “Il mio sbaglio più grande” per Laura Pausini e ora ci prepariamo a lavorare su un nuovo singolo di Vasco Rossi. A noi piace molto lavorare sulla musica altrui, pezzi come “Toro loco” di Piero Pelù ci hanno dato molte soddisfazioni…
Jeffrey: Tra l’altro abbiamo avuto l’opportunità di salire sul palco con lui qui a Torino, durante il suo concerto al Palastampa. E’ stata una bella esperienza, anche perché Pelù si è dimostrato un’ottima persona.

In che modo si è evoluto il vostro linguaggio musicale, nei nuovi pezzi? Avete cercato di esprimere tematiche differenti anche nei testi?
Jeffrey: Quello che cerco di fare, con le parole delle canzoni, è di esprimere la nostra passione per la musica e per la tecnologia, ma all’interno dell’album ci sono anche pezzi che riflettono esperienze più personali. Del resto lo avevamo già fatto con l’album precedente: in “Living in a bubble” avevamo affrontato il tema di cosa possa significare avere troppi soldi e troppo successo, in “Move your body” avevamo cercato di rievocare lo spirito originale del ballo, inteso come veicolo per riunire e far comunicare le persone. Nel nuovo album abbiamo cercato di rendere conto della nostra crescita, ma senza prenderci mai troppo sul serio. Musicalmente, ci sono delle differenze: ma si tratta di un’evoluzione, anche in questo caso, più che di un cambiamento radicale di direzione. C’è un filo conduttore riconoscibile, sotto il profilo compositivo, tra il nuovo disco e “Europop”, ma c’è anche il tentativo di osare qualcosa di più sperimentale, di smontare la struttura tradizionale strofa-ponte-ritornello della canzone per tentare strade meno convenzionali. Il nuovo album dei Daft Punk, in questo senso, è stata una fonte di ispirazione. Ci sono pezzi elettronici che non hanno una struttura che si possa definire standard. Abbiamo utilizzato nuove tecniche di arrangiamento, abbiamo editato i suoni in modo da utilizzarli come se fossero strumenti: basso e batteria campionati e successivamente usati come fossero un “sample”, cose di questo genere. Abbiamo rispettato l’equilibrio fra generi differenti già presente nel primo album, con pezzi lenti ed elettronici ispirati a Kraftwerk e Depeche Mode e altri più techno, più ballabili: le e-mail che ci arrivano da tutto il mondo, del resto, dimostrano che proprio la diversità di proposte contenute in “Europop” era stata una delle caratteristiche più apprezzate di quell’album. Anche il disco nuovo, di conseguenza, non è monotematico ma sintetizza le nostre esperienze musicali. La nostra sfida quotidiana consiste nel rievocare attraverso i nostri dischi le sonorità che ci portiamo da sempre nel cuore: gli anni ’80, certi pezzi dei Duran Duran e dei Depeche Mode che ancora oggi restano indimenticabili.

Non è pero che queste influenze risultino sempre così evidenti, all’ascolto della vostra musica…
Maurizio: C’è chi ci accomuna agli Aqua o ai Cartoons, e c’è chi a un ascolto più approfondito ci avvicina a Tears For Fears e Depeche Mode. La nostra ispirazione arriva da lì, da artisti che basano la loro forza sulla combinazione tra elementi elettronici e melodie non troppo scontate, con cambi di tonalità che a volte possono persino risultare ostici a un primo ascolto.

Riconoscete qualche compagno di strada, nella scena odierna, gruppi che viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda?
Maurizio: Direi i Daft Punk, anche se loro rappresentano una faccia più estrema della medaglia in quanto prestano più attenzione al suono che alla canzone. I loro dischi sono quelli che tecnicamente suonano meglio, ascoltare un CD dei Daft Punk rappresenta sempre un banco di prova per un impianto hi-fi. Per noi, invece, la canzone resta l’elemento centrale, non importa se poi prenda una forma più pop o più techno.

Avete sentito la pressione di dover dare seguito a un successo planetario come quello di “Europop”? Le attese dei fan, le aspettative della casa discografica non devono essere stati facili da gestire…
Jeffrey: Se devo essere sincero, non ce ne siamo preoccupati più di tanto. Quello che abbiamo sempre cercato di fare è di divertirci facendo musica. In realtà si è trattato più di pressioni interne al gruppo che di spinte esterne: nel senso che abbiamo esercitato una maggiore autocritica, pretendendo di più da noi stessi. Farsi condizionare dalle attese esterne ti allontana dalla fiamma creativa, dalla passione che ti porta avanti.
Maurizio: Abbiamo fatto uscire “Back in time” un po’ prima dell’album proprio per riprendere fiato, per toglierci di dosso un po’ di quella pressione.

Un artista dance come Robert Miles però si è trovato in difficoltà proprio per questo genere di problemi, quando si è sentito costretto a replicare a un successo mondiale come “Children”…
Maurizio: Da questo punto di vista abbiamo il vantaggio di essere più indipendenti, non fosse altro che per il fatto che ci autoproduciamo e che la casa discografica è anche nostra (sia Maurizio che Jeffrey sono soci della Bliss al fianco di Massimo Gabutti, ndr). Certo, con una rete capillare di case discografiche che pubblicano il nostro repertorio nel mondo è inevitabile dover rispondere a delle aspettative, ma questo non ci ha condizionato più di tanto. Capisco che Robert Miles, volendo fare un disco poco commerciale, abbia sentito l’esigenza di autofinanziarsi e di autoprodursi. D’altra parte la discografia è un’industria ed è normale che cerchi un ritorno dell’investimento e della promozione.
Jeffrey: Abbiamo la fortuna di avere già vissuto gli alti e bassi dello show business. Ogni membro degli Eiffel 65 è stato coinvolto a vario titolo in qualche gruppo di successo: Maurizio è stato a lungo produttore di Giorgio Prezioso, Gabriele è stato il dj dei Da Blitz ed io ero il cantante dei Bliss Team, gruppi che almeno in Italia sono stati in testa alle classifiche. Il nostro giro della giostra, di conseguenza, lo abbiamo già compiuto: questo ci ha consentito di restare calmi, di guardare le cose da un’altezza e una prospettiva diversa. Per noi il successo è una cosa separata dalla vita reale.
Maurizio: Non abbiamo più diciotto anni, siamo dei produttori e abbiamo delle responsabilità professionali nel confronti della casa discografica e delle persone che lavorano con noi. Memori delle esperienze passate, pensavamo di affrontare un ciclo di successo che sarebbe durato al massimo un paio d’anni. E questa consapevolezza ci ha aiutato a non farci troppe illusioni, a tenerci con i piedi per terra: siamo musicisti e se la nostra musica piace tanto meglio, altrimenti continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto. Ci piace far musica, nella maniera più pura. E’ per questo che abbiamo messo giù 30 pezzi prima di scegliere cosa mettere sul disco. Ci fossimo preoccupati solo dell’aspetto commerciale, avremmo fatto le cose molto più in fretta e saremmo usciti molto prima con il disco nuovo.

Che ve ne pare del panorama dance italiano, in questo momento?
Maurizio: E’ un momento di calo, e il motivo è semplice: arriviamo da due anni buoni di successi. Non ci siamo stati solo noi, ma anche Gigi D’Agostino, Spiller, Kim Lukas, Ann Lee…Quando un paese comincia ad emergere a livello internazionale piazzando in giro per il mondo un certo numero di prodotti pop o dance di successo, gli A&R internazionali cominciano a focalizzare l’attenzione su quel territorio. E’ successo con l’Italia, ora sta accadendo con la Francia e con il “French Touch”. Inevitabilmente si arriva, a un certo punto, a una situazione di sovraofferta. Sono cicli: è successo oggi come dieci anni fa, all’epoca di Black Box, Corona e Cappella, o negli anni ’80 di Den Harrow e Ryan Paris. Allora come oggi, la nostra qualità vincente è sempre stata la capacità di combinare il ritmo a delle belle melodie.

Intanto, però, avete confermato il detto secondo cui nessuno è profeta in patria: all’estero copertine, vendite milionarie, interviste e trattamento da superstar; in Italia quasi snobbati dagli organi di informazione ufficiali…
Maurizio: Ce lo siamo anche un po’ cercati. Avessimo voluto creare del “gossip” intorno al gruppo avremmo potuto farlo: sarebbe bastato rilasciare un’intervista dietro l’altra, dire di sì a tutti i programmi TV che ci richiedevano. Abbiamo preferito seguire una linea precisa e mettere in chiaro che ci interessava esclusivamente parlare di musica. Non ci interessa comunicare altri messaggi, e tutto ciò che si rivolge a un pubblico che non ascolta musica non ci riguarda. Per questo ci piace un programma come il “Festivalbar”, dove si chiacchiera poco e ci si esibisce davanti ai fan. Anche lì, come a “Top of the pops” o al “Night Express”, abbiamo sempre insistito per farci collegare gli strumenti e suonare dal vivo.
Jeffrey: L’Italia ha sempre sofferto di un’informazione musicale carente. Basti dire che fino a poco tempo fa non avevamo una televisione che si occupasse esclusivamente di musica: oggi, grazie a MTV, a Viva e ai canali satellitari la situazione è molto migliorata…

Questi però sono media che si rivolgono a un pubblico di “convertiti”, e che non raggiungono i neofiti o i non appassionati di musica. Mentre forse sarebbe giusto che anche i genitori dei vostri fan sappiano che, dopo Domenico Modugno, c’è un gruppo di ragazzi torinesi che ha conquistato le classifiche americane…
Jeffrey: Già oggi, per fortuna, le informazioni circolano molto più velocemente. Se prima eravamo davvero isolati e non sapevamo nulla di cosa succede in Germania o in Russia, oggi grazie a strumenti come Internet, l’e-mail e Napster il mondo è diventato davvero a portata di mano. Oggi in Bielorussia si ascolta molta musica leggera italiana, la house francese sta facendo il giro del mondo e così via. La tecnologia ci permette di comunicare meglio, di restare meno chiusi nel nostro guscio.

A proposito di Napster: qual è la vostra opinione al riguardo delle battaglie sul diritto d’autore e la musica gratuita in rete?
Maurizio: Siamo assolutamente a favore della tecnologia, e i nostri nove studi di registrazione ne sono, credo, una testimonianza lampante. Grazie alla tecnologia, oggi lavoriamo con una struttura ridotta all’osso: un computer equipaggiato da molte schede audio, una tastiera e due casse. Non ci serve altro. La tecnologia aiuta la creatività e ti risolve una serie di problemi tecnici. Quanto a Napster, se diventerà legale sono sicuro che darà un impulso enorme al mercato della musica: come formato è perfetto, è facile da usare e potrebbe dare accesso immediato a un grande supermercato della musica. Il punto è che un sito illegale o pirata viola i diritti d’autore, e noi musicisti viviamo di royalty che si acquisiscono solo se si vendono i dischi o, in futuro, i file musicali. Siamo contro i prezzi alti dei CD, e in più di un’occasione abbiamo tentato di abbassarli, stampando un prezzo imposto sulla copertina dei singoli: poi però abbiamo scoperto che i negozianti occultavano la cifra con un bollino e vendevano il disco al prezzo che decidevano loro…Ma, prezzi a parte, il problema resta. L’appello che facciamo a tutti coloro che usano Napster è questo: scaricate pure musica dalla rete, ma sappiate che se non comprate i dischi noi non potremo continuare a fare questo mestiere.

(Alfredo Marziano>

(25 giu 2001)

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