Sono in Italia giusto in questi giorni, i R.E.M..Michael Stipe, Mike Mills e Peter Buck sono di passaggio per presentare il loro atteso album “Reveal” con alcune apparizioni televisive, non ultima quella annunciata nel programma di Adriano Celentano, “125 milioni di Caz..te”, nella serata di giovedì 3 maggio.
Qualche settimana fa, Michael Stipe e Mike Mills, cantante e bassista della band, sono passati dall’Italia e l’attivissimo fan club italiano del gruppo Murmurs è riuscito ad intervistarli entrambi. Per loro gentile concessione, pubblichiamo l’intervista a Michael Stipe, realizzata da Grazia Tribulato grazie alla preziosa collaborazione del manager del gruppo Bertis Downs.
Vi rimandiamo al sito del fan club, www.remfriends.com, per quella al bassista Mike Mills e riportiamo qui di seguito l’interessante chiacchierata con Stipe, che svela i retroscena del nuovo album.
I testi delle canzoni verranno pubblicati nel nuovo disco, come è stato per “Up”?
Si.
Quindi è stata un'esperienza positiva?
Si, lo è stata soprattutto per tutti coloro che non sono di madrelingua inglese e anche per chi parla inglese come prima lingua, visto i miei testi…
Come credi che i testi possano cambiare la percezione di una tua canzone per chi, pur non essendo madrelingua inglese, ha la possibilità di comprenderli appieno? L'Europa è per voi un mercato ampio tanto quanto quello americano, no?
Sì, lo è, ed è una gran cosa. Per “Up” abbiamo pubblicato i testi perché quando siamo diventati un trio, ci siamo disfatti di molte vecchie regole. Registrare “Up” è stata una esperienza molto dura per tutti noi. Non avevamo mai discusso la possibilità di includere anche i testi, abbiamo deciso così di metterli: è stata una mia decisione, Peter e Mike erano d'accordo.
Come è stato lavorare a quest'album senza essere sotto pressione o in una situazione di crisi, come fu per “Up”, dopo l'addio di Bill Berry?
Mike (Mills,ndr) dice sempre che questo è il primo disco che abbiamo fatto stando per tanto tempo in posti stabili, e ha ragione. L'ultimo disco è stato molto difficile per noi, ci siamo separati quando abbiamo finito di registrare per ritrovarci dopo il mixing. Ora invece, l'ambiente in cui abbiamo registrato era abbastanza rilassante, abbiamo fatto in modo che lo fosse per tutti. Di solito seguiamo una scaletta ben precisa: qui è quando cominciamo, qui quando finiamo, qui quando diamo il disco alla casa discografica, qui quando facciamo promozione, qui quando andiamo in tour. Per questo disco, invece, ci siamo detti "questo è quando cominciamo e finiremo solo quando l'album sarà pronto".
Per me, visto che sono il cantante è stato molto rilassante. Mi è capitato di registrare delle canzoni, in cui dovevo davvero concentrarmi e riflettere per riuscire a scriverle o per portarle a termine, in altre occasioni invece ho semplicemente spento la parte pensante del mio cervello per lasciare che il mio lato inconscio le scrivesse. E se poi le riguardavo spesso mi chiedevo "Che diavolo sto dicendo? Di che sto parlando qua?". Le mie canzoni preferite sono sempre state le canzoni d'istinto, quelle in cui spegnevo il cervello e mi lasciavo andare…come “Country feedback””, “It's the end of the world”, “Losing my religion”, “Man on the moon”, “E-bow the letter”, “Sad professor”. Il numero di canzoni istintive, di versi inconsci, in questo album è il più alto da molto tempo a questa parte.
Ho semplicemente smesso di pensare per lasciare che fossero le canzoni ad arrivare a me.
Quindi hai un'idea di quale sia l'immagine che alla fine traspare da questo album?
Canzone per canzone?
No, intendo nel complesso.
Penso che oggigiorno nel mercato americano, che è un mercato e nient'altro, la popular music sia intrappolata nelle sue consuetudini; non è una cosa sbagliata, è la stessa musica che ha portato a questo. La popular music, che circola da che io sono al mondo, ha i suoi valori ma non potrebbe essere che così; in questo momento, la canzone è più importante dell'album, perché la canzone fa vendere, fa vendere l'intero l'album segue semplicemente la logica di mercato.
Ero molto attirato dall'idea di fare un disco estivo, perché di solito i nostri album escono in autunno e io adoro l'estate, il sole, il mediterraneo, e odio il freddo.
Volevo scrivere delle canzoni che avessero uno spirito estivo e nell'accingermi a farlo questa è stata una sorta di idea da cui partire e su cui lavorare, alla fine il risultato è che alcune canzoni riguardano il sole, l'aria, l'elemento spaziale e persone che nelle canzoni lasciano la terra senza più chiedersi che fine abbia fatto la forza di gravità. Spero che tutto questo venga fuori anche solo dall'ascolto del disco.
Quindi qual è l'atmosfera del nuovo disco?
Mi piaceva l'idea di creare un album pop che contenesse tutte le caratteristiche dei R.E.M.: sintetizzatori, chitarre acustiche, archi, le mie parti vocali. Durante il mixaggio il suono è stato spogliato il più possibile del superfluo, creando un'idea di spazio, di molta aria.
Credo che il risultato non sia un album pop ma una specie di remix in chiave dub di un album pop. Parlando con Thom Yorke e con altre band che stavano facendo la stessa cosa, mi sono reso conto che l'aspetto creativo del nostro lavoro era molto contemporaneo: creare, prima ancora della melodia, qualcosa con i synth e di presentarlo poi come prodotto finito non precedentemente risistemato ma mixato in modo diverso. In alcune canzoni ci siamo riusciti, come “The lifting”, “She just wants to be” e soprattutto “Imitation of life”, lavorando e mixando 13, 16 tracce alla volta.
In che modo gli altri tuoi interessi artistici influenzano la tua musica?
Per lo più è da dove traggo ispirazione: essere circondato da persone che creano qualcosa. E’ per questo che credo le altre cose che faccio, la fotografia e produrre dei film, possono ispirarmi: l'essere vicino ad altre persone che stanno creando qualcosa libera il mio pensiero creativo, e non mi chiedo quello che sto facendo finché non ho finito.
La vostra musica è influenzata da altre band contemporanee?
Il fatto che io consideri i Radiohead o Polly Harvey come nostri contemporanei è inusuale perché loro non suonano da quanto suoniamo noi, e ovviamente non hanno fatto tanti dischi come noi, ma quando penso a queste band ritrovo una forte connessione.
Cosa ti attrae della loro musica?
Penso che tutti noi, come fan della buona musica, sappiamo riconoscere quando ascoltiamo qualcosa che è stata creata dall'amore e dalla passione per la musica stessa.
C'è della musica che riesce a trasmettere qualcosa di più vero, e questo quello che attribuisco alle persone che tra i miei contemporanei apprezzo, persone che come musicista e scrittore mi stimolano a fare sempre meglio.
C'è una tenera competizione tra me e Bono, Thom Yorke, Patti Smith, Grant Lee Philips, Natalie Merchant, Polly Harvey, Courtney Love. Tutte le volte in cui ascolto una canzone, una canzone fantastica, forse ho una reazione un po' strana, un po' insana ma mi commuovo a tal punto che mi fa pensare "Posso fare meglio di così" e allora ci provo.
Qual è il tuo rapporto con i fan e com'è cambiato durante questi anni?
Direi che migliora sempre più. E' il modo in cui riesco davvero a capire se sto facendo qualcosa di buono o no. E' la reazione delle persone che incontro per strada, non sono tanto le recensioni, che pure leggo tutte. Alcune volte sono orgoglioso di qualcosa e penso che al mondo intero piacerà, ma non lo dico mai, non si può mai sapere...
Tornando a “Reveal”, nell'album canti da solo, senza i soliti cori di Mike Mills…
Sì, è vero. Anche se Mike canta abbastanza in “All the way to Reno”. Alcune delle canzoni sono per una sola voce, sono scritte da un punto di vista singolo. Non è il mio punto di vista, nel senso che le ho scritte io, ma non in modo autobiografico. Canzoni come “I'll Take the rain”, “Chorus and the ring” non hanno necessariamente bisogno di un controcanto narrativo. Sono canzoni per una voce singola: questa è una delle ragioni.
La registrazione dell'album e' stata molto lunga?
Abbiamo iniziato a maggio dell'anno scorso a Vancouver, poi siamo andati a Dublino per l'estate. In realtà i tempi di registrazione non sono stati più lunghi rispetto ad altri album Dopo Dublino siamo stati a Miami per il missaggio del disco, facendo tappa prima ad Athens per qualche giorno, perché era logico geograficamente; così il tempo di registrazione, il tempo che in realtà ci è voluto per finirlo è stato di circa un anno. Quindi la differenza principale rispetto agli altri album era che non avevate nessuna scadenza?
Beh, lavorare in uno studio, che costa migliaia di dollari al giorno e avere Peter e Mike lì seduti sul divano che dicono "Ok, allora, combiniamo qualcosa qua?" è comunque una pressione necessaria. Il contributo che do ad una canzone è migliore quando lavoro sotto pressione e loro questo lo sanno. Potrei ingannare chiunque. ma non certo loro. Non credo saremmo riusciti a superare crisi come quella per l'ultimo album se non avessimo avuto questo livello comunicazionale.
C'è una canzone dell'album di cui sei molto fiero o per la quale ti aspetti una buona reazione?
”I've been high”: è una canzone che vorrei sentire alla radio -ma non so se la casa discografica sarà d'accordo- o mentre guido per andare al lavoro. Ma non è la mia preferita, è la seconda in ordine di preferenza.
Allora qual è quella che ti piace di più?
Per adesso “Saturn return”.
Qual è il miglior stato d'animo per apprezzare l'atmosfera del nuovo album?
Spero qualsiasi stato d'animo! Non credo affatto sia un album triste. Quando siamo stati in Germania, un giornalista ci diceva: "E' un album così triste…" e un altro "E' un album così solare…". Eravamo con gruppi diversi di giornalisti e ognuno si contraddiceva con il precedente. Nel pomeriggio ero completamente confuso e non avevo più idea di cosa avessi fatto….
Farete un tour?
Faremo qualche apparizione promozionale, qualcosa di isolato, qualche concerto per beneficenza ma non un tour vero e proprio.