Un’amicizia creativa e autodistruttiva

Quella fra il leader della Band e Martin Scorsese

Recensione del 08 set 2026 a cura di Gianni Sibilla

Voto 7.5/10

Robertson, scomparso nel 2023, è uno dei grandi del rock, come autore (“The weight” e chissà quante altre) e come leader della Band, con cui riscoprì le radici del rock americano e accompagnò Dylan nella svolta elettrica. Dopo “L’ultimo valzer” la Band si sciolse per riformarsi senza di lui, che si dedicò principalmente alle colonne sonore – pur incidendo alcuni album solisti meravigliosi. Scorsese è Scorsese: uno dei più grandi registi di sempre, che ha avuto nel rock uno dei suoi grandi filoni: in “Woodstock” (1970) fu co-regista ma accreditato solo come montatore (e il film vinse un Oscar, oltre a creare il mito del festival).

Poi i due si incontrarono: una collaborazione nata nel caos degli anni ’70 e proseguita senza interruzioni da “Toro Scatenato” (1980) fino a “Killers of the Flower Moon” (2023). La loro storia è ora al centro di “Insomnia”, libro postumo di Robertson.

Il libro si concentra soprattutto sul periodo 1976-1980, subito dopo le riprese de “L’ultimo valzer”, il periodo in cui i due lavorarono al montaggio e alla versione finale, in mezzo ad una fase turbolenta: dipendenze, relazioni che si sgretolano, notti senza sonno e un legame che diventa al tempo stesso salvezza e trappola.
Robertson racconta l’invito di Scorsese a trasferirsi a casa sua: fu una sorta di salvataggio che diventò subito un vortice di insonnia, droga e un ritmo di vita delirante. Dopo la fine della Band, mentre la sua vita familiare andava in frantumi, Marty era l’unica relazione stabile ma anche una “bromance” – come si direbbe oggi – che quasi distrusse due delle grandi menti della cultura pop americana.

Le pagine dedicate al film raccontano un’autentica ossessione condivisa: Scorsese, ancora scosso dal flop di “New York, New York” (1977), viveva crisi personali e artistiche. Robertson cercava di chiudere la storia della Band, ormai disgregata. Il libro mostra come la lavorazione del film li unisse in un modo quasi simbiotico: si scambiavano film rari e 45 giri, parlavano la stessa lingua tra musica e cinema, vivevano nello stesso caos emotivo. In quelle pagine nascono i presupposti di una collaborazione che superò quella fase apparentemente cronica e destinata a durare oltre quarant’anni, fino a “Killers of the Flower Moon”, uscito nel 2023 quando Robertson era già scomparso, e con la sua ultima canzone.

Nel libro Robertson non si assolve, si racconta in maniera cruda: mostra un uomo che “didn’t know how to undo anything anymore” e che trovava in Scorsese un fratello. Ed è commovente leggere come, dopo quegli anni estremi, il rapporto si trasformi in collaborazione matura e stabile: Robertson diventa di fatto il consulente musicale permanente di Scorsese.
La moglie di Robertson, Dominique, nella postfazione racconta esplicitamente come quella relazione fu al tempo stesso una benedizione e una maledizione, ma anche l’origine di un’amicizia destinata a durare una vita: “a profound and loving friendship that spanned a lifetime”.

“Insomnia” è un documento prezioso perché testimonia come “The Last Waltz” sia nato dal caos, non dalla celebrazione, e come Scorsese abbia costruito il proprio metodo sul rapporto con la musica, molto prima che Hollywood lo riconoscesse. È un libro meno “largo” rispetto a “Testimony”, l’autobiografia di Robertson (pubblicata anche in italiano), e racconta uno dei percorsi artistici più rilevanti degli ultimi decenni, tra successi e fallimenti, le molte luci ma anche le ombre e il costo umano di cose che abbiamo visto e ascoltato decine di volte.

Qui un estratto del libro.

 

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