“The Seeds of Love”, terzo lavoro dei Tears for Fears del 1989, è un disco complesso, ricco, affascinante, epico quanto faticoso nella sua lavorazione, che vale la pena riascoltare e raccontare, approfittando dell'uscita di questo cofanetto Super DeLuxe, composto da quattro CD e un Blu-Ray audio. Il cofanetto contiene l’album originale rimasterizzato ad Abbey Road accanto a 22 brani inediti di demo, jam live, sessioni in studio, B-sides e rari mix e in più una versione in altissima fedeltà 5.1 rimasterizzata da Steven Wilson.
La costruzione del capolavoro
Il disco uscì quattro anni dopo il successo planetario di “Song from the big chair” del 1985, una strepitosa raccolta di singoloni che hanno plasmato il suono un po' sintetico degli anni 80 (“Shout e “Everybody wants to rule the world” per dirne due), e fu fondamentalmente un'ossessione del cantante-chitarrista Roland Orzabal a cui non bastava il successo pop, ma che voleva entrare nella serie A degli autori di grandi dischi, quasi in competizione con i Beatles di “Sgt. Pepper” e i Beach Boys di “Pet Sounds”. In “The Seeds of love” mettendo insieme il pop, il soul, l'art-rock, la jazz-fusion, il worldbeat, i problemi contemporanei e i testi post-hippies, strizzando l'occhio a Peter Gabriel ma anche agli Steely Dan, coinvolgendo i migliori musicisti che c'erano sulla piazza.
Il progetto non fu affatto facile, e i tre anni di lavorazione, la rotazione di quattro produttori e 1 milione di sterline ne sono la testimonianza, al punto che segnò l'inizio della fine del sodalizio con il compare bassista Curt Smith (che qui appare solo come co-autore di “Sowing the Seed of Love”). Un sodalizio che poi è stata forzatamente ripreso per continuare una serie di concerti ma senza quell'affiatamento che una band dovrebbe avere - qui la recensione del loro live al Lucca Summer Festival. Tornando al disco, forse sarebbe il caso di dire che questa volta gli altri componenti fondamentali dei Tears for Fears furono Oleta Adams, autentica musa che inserì gli elementi soul e gospel, e la tastierista Nicky Holland che co-compose gran parte delle canzoni. Canzoni che ancora oggi mantengono inalterato il loro smalto: “Woman in chains” è un gran pezzo che poteva stare in “So” di Peter Gabriel con la coppia ritmica Pino Palladino-Phil Collins a fare meraviglie, l'epica “Bad man's song” tra i Little Feat e i Weather Report, “Sowing the seeds of love” beatlesiana (chiaro il riferimento a “I am the Walrus”) e dal testo fricchettone e poi gli accordi inaspettati di “Advice for the young at heart” che ricordano “Aja” degli Steelys, oppure l'ambient di “Standing on the Corner of the third world” con le raffinatezze del solito Palladino, il batterista Manu Katché e il trombettista d'avanguardia Jon Hassell.
Ma ognuna delle otto canzoni del disco fa storia a sé, anche se oggi fa un po' sorridere la grandeur a volte un po' fuori luogo (Orzabal fece di tutto per coinvolgere anche Tom Waits, chissà poiper far cosa...), specie se abbinati ai testi naif - “Ogni minuto di ogni ora, adoro il girasole” in “Sowing the seeds...”.
Gli inediti, le jam e le molteplici versioni
Come dicevamo, questa versione Super De Luxe racconta perfettamente la fatica della costruzione di questo disco da parte di Orzabal. I brani lasciati fuori sono di ottima fattura (la caraibica dark “Tears Roll Down” su tutti) oppure la confusa “Johnny Panic and the Bible of Dreams” in ben cinque differenti versioni di cui una versione pazzerella con dentro “Sowing the seeds of love” rappata e il beat Funky Drummer di James Brown.
Ma gli amanti di “Bad man's song” rimarranno soddisfatti nell'ascoltare le cinque versioni tra cui una molto pignola e didascalica, ma anche una versione jam dal vivo con i musicisti in forma strepitosa con interpolazioni di pezzi dei Kinks. Al di là di un sacco di edit dei singoli in vari paesi che differiscono di poco gli uni dagli altri, ci sono le versioni demo e le strumentali che permettono di valorizzare la voglia di sperimentare di un gruppo che voleva superare i propri limiti alla ricerca del loro capolavoro, rischiando però di implodere. E questo è l'ennesimo paragone con gli Steely Dan di “Gaucho”.
La canzone da ascoltare
Tra le varie demo contenute nel quarto disco ce n'è una che non è entrata nel disco, ma che poi Orzabal ha donato a Oleta Adams per il suo esordio da solista. Si tratta di “Rhythm of life”. La versione dei Tears of Fears qui è straordinaria (ce n'è una anche in versione jam dal vivo meno precisa) più vicina al soul bianco di George Michael che al pop di Orzabal.