Tears For Fears, recensione del concerto al Lucca Summer Festival

Curt Smith e Roland Orzabal, "separati in casa" sul palco

Tears For Fears, recensione del concerto al Lucca Summer Festival

Il pop degli anni Ottanta oltre a spalline troppo larghe, capelli phonati e synth plasticosi ci ha lasciato in dote una serie di band e canzoni sublimi, che magari nel frastuono della british invasion e dei videoclip non tutti sono riusciti ad apprezzare profondamente, nonostante i singoli di successo.
I Tears For Fears facevano parte di questa categoria: bruttini, un po' sfigatelli, senza storie da copertina alle spalle, ma con una capacità rara di scrivere grandi canzoni, mettendo insieme synth new wave, testi malinconici ispirati a libri di psicologia di Arthur Janov e melodie beatlesiane, contenute in soli tre dischi venduti in 30 milioni di copie.
Seguirono violenti litigi, cause durate dieci anni per l'utilizzo del nome ed eventi luttuosi. Poi la reunion, un disco mal distribuito nel 2004, qualche singolo non memorabile ma, soprattutto, una lunga attività dal vivo, che li ha portati lo scorso inverno a Milano e Bologna e ora qui al Lucca Summer Festival.
Perché quelle canzoni non solo ancora oggi funzionano, ma restano ancora rilevanti. Non è casuale che il concerto parta con la versione di “Everybody wants to rule the world” di Lorde, una delle giovani interpreti contemporanee più dotate che danno lustro alla canzone, seguita dalla loro versione.
Ma, prima di continuare, diciamo subito la cosa che non era possibile non notare: i due membri vicini alla soglia dei 60 anni, Curt Smith (cantante-bassista) e Roland Orzabal (cantante-chitarrista e principale autore), non solo durante il set non parlano tra loro tra un brano e l'altro, ma non si rivolgono nemmeno uno sguardo, ognuno nel suo spazio sul palco, a fare il suo set. Tuttavia questa situazione di apparenti separati in casa alla fine non va a incidere più di tanto sulla qualità di un concerto che vanta una scaletta strepitosa.
“Sowing the seeds of love” del 1989 è ancora quel gioioso omaggio ai Beatles dell'era psichedelica e così il singalong nasce spontaneo, come pure “Advise for the young at heart” tra bossa e strepitose aperture melodiche pop.
Curt Smith è ancora in ottima forma fisica, suona il basso con grande passione e buona tecnica e nei suoi interventi vocali ha ancora una bella voce; lo stesso non possiamo dire di Orzabal, che è appesantito fisicamente: con l'età la sua voce nasale che alternava falsetti a timbri più profondi non è più precisa, e alcuni brani ne risentono.
A proposito di brani ancora rilevanti, “Woman in chains”, cantato con la corista Carina Round, con quel suo «Well it's a world gone crazy, Keeps woman in chains» ci ricorda che dopo 30 anni il problema del patriarcato non è ancora risolto. Tutti in piedi per “Change” che come “Pale Shelter” è eseguita come nella versione remix, più uptempo e con il giro di basso in evidenza.
Arriva poi il momento più cupo e malinconico e dai suoni new wave anni 80 tratti dal primo disco “The Hunting”: quindi “Memories Fade”, “Suffer the Children” e la bellissima “Mad World” con quel verso “I sogni in cui sto morendo sono i migliori che abbia mai avuto” che fu d'ispirazione anche per la scrittura del cult movie anni 90 “Donnie Darko”. Ozrabal inserisce qui anche la cover di “Creep” dei Radiohead che ha in comune lo stesso spleen tardo adolescenziale.
Il talento da musicisti, anche della precisa band a supporto, viene fuori con la lunga suite “Badman's song”, mentre a chiudere i 90 minuti di belle canzoni ancora contemporanee e senza troppi fronzoli ci sono “Head over heels” e la finale “Shout” cantata in coro da un soddisfatto pubblico di 40-50enni che ha riempito la Piazza Napoleone.


Michele Boroni

Qui un video del concerto e la scaletta

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