Sam Hunt o dell'essere sospeso tra country e pop

Con "Southside" il cantautore della Georgia si mette nuovamente alla prova dopo i fasti di "Montevallo".

Recensione del 16 apr 2020 a cura di Paolo Panzeri

Voto 7/10

Sam Hunt ha fatto centro al primo tentativo. Era il 2014 e il suo album d'esordio, "Montevallo", raggiunse la posizione numero uno della classifica statunitense dedicata alla musica country e, per meglio accertarne il successo, gli affiancò anche la numero tre in quella assoluta. Il singolo "Take Your Time" si fece, inoltre, grande onore in giro per il pianeta, Italia compresa. La peculiarità del fortunato primo album fu quella di ibridare il suono dell'America rurale, il country, a quello dell'hip hop, del pop, dell'R'n'B: un country meticcio, oppure evoluto. Scegliete la definizione che più vi piace. Detta così, soprattutto a chi, come noi italiani, il country non se lo fila molto, e, ad essere sinceri fino in fondo, non è neppure a conoscenza degli stilemi che regolano il genere e della storia culturale che gli sta alle spalle, un po' come accade, alle nostre latitudini, con le regole del baseball. Questa potrebbe essere una notazione di poco conto (sempre per noi), ma aldilà dell'Oceano Atlantico la questione è stata presa molto sul serio e Sam Hunt, per quanto possibile, ha fatto scuola. Oltre ad affermarsi come star assoluta in un paese con – mai dimenticarselo - oltre trecento milioni di abitanti.

Cambiato il suo status artistico, a Sam Hunt ci sono voluti la bellezza di cinque anni e mezzo per regalare un fratello minore a "Montevallo". La leggenda narra che, dopo un paio d'anni in tour per promuovere, supportare, diffondere, presentare, spremere e godere di ogni stilla di fama e successo derivatagli dalla buona qualità delle canzoni del primo disco, il musicista originario della Georgia – intesa come stato del sud degli Stati Uniti – abbia impegnato tutti i suoi sforzi per cercare di recuperare il rapporto con la amata che aveva fatto scivolare in secondo piano durante la ricerca del successo musicale. Essendo persona determinata ed evidentemente dalle molte qualità, Sam è convolato a nozze. Comunque sia, giunto aprile 2020, lo score discografico di Hunt raddoppia i titoli: è arrivato "Southside". Nell'intermezzo temporale Sam ha pubblicato qualche singolo, come “Body Like A Backroad”, uscito nel febbraio 2017, che negli Stati Uniti ha tenuto banco per l'anno intero ed è incluso in "Southside".

Il nuovo album, se da una parte può godere di ogni beneficio dovuto a quanti cavalcano con sicurezza le creste delle onde, dall'altra rischia però - non tanto nelle vendite che saranno di certo copiose – di non essere degno dell'attesa che si trascina dietro. In "Southside" Sam Hunt ha deciso di non mischiare troppo le carte, di rimanere quindi fedele a se stesso. Il disco è agile, è orecchiabile e ruffiano il giusto, bilancia in calibrate dosi il country e i vari derivati del pop, rimanendo – e non è un male – più sul primo versante che non sul secondo. Senza eccedere in sovraproduzioni che il più delle volte vanno a banalizzare e svilire le canzoni. Alla fine, il segreto (se di ciò si può parlare) di questo 35enne è quello di saper scrivere delle canzoni e, soprattutto, di essere credibile nell'interpretarle. "Southside" è quindi un buon disco e il ragazzo che cercò con tutte le sue forze di diventare un giocatore professionista di football americano si deve arrendere all'idea che, tutt'al più, potrà ripercorrere le orme di Taylor Swift, che, partita dal country ha espanso i propri orizzonti fino a fatturare come un'azienda, quale è, peraltro. Ecco, questo è l'unico insuccesso a noi conosciuto della vita di Sam Hunt.

Tracklist

01. 2016 (03:55)
02. Hard To Forget (03:24)
03. Kinfolks (03:01)
04. Young Once (03:05)
05. Body Like A Back Road (02:42)
06. That Ain't Beautiful (02:44)
07. Let It Down (02:50)
08. Downtown's Dead (03:33)
09. Nothing Lasts Forever (03:04)
10. Sinning With You (03:16)
11. Breaking Up Was Easy In The 90's (03:35)
12. Drinkin' Too Much (03:52)

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