Il pop-rock perfetto (o quasi) dei Pinegrove

Chitarrine, melodie, testi intimi: il gruppo del New Jersey torna dopo le polemiche che hanno coinvolto il loro leader

Recensione del 23 gen 2020 a cura di Gianni Sibilla

Voto 8/10

Esiste una perfezione nel suono di chitarra pop-rock? Se sì, gli attacchi delle canzoni di "Marigold" ci si avvicinano molto. I Pinegrove passano per una band indie-emo-folk-rock (in cui si associano due o più di questi termini, più o meno a scelta), ma sono semplicemente una band molto melodica e molto chitarristica. Se siete cresciuti con il pop-rock degli anni '90 e degli anni zero, questi attacchi vi faranno venire un colpo al cuore, ricordando band come Toad The Wet Sprocket, Decemberists, Real Estate e Beast Coast, per citare nomi di ere diverse.

Non è un caso che la band, formata ad inizio 2010 nel New Jersey, abbia costruito un seguito fedele, degno più di un nome classico: si fanno chiamare Pinenuts, e il riferimento è ai ben più blasonati Deadhead, i seguaci del culto dei Grateful Dead. In questo caso la figura chiave è quella  Evan Stephens Hall, un leader riluttante (in questo caso simile a Garcia - ma le somiglianze finiscono qua) e autore dei testi introspettivi. "Emo", appunto: "Negli anni ottanta, come un derivato appassionato di hardcore punk, il genere si espanse fino a includere un universo di band che erano allo stesso tempo trasandate e sentimentali. Negli anni duemila, emo indicava spesso band hard-rock angoscia e teatrali come Fall Out Boy e My Chemical Romance, che per breve tempo hanno dominato MTV e le scuole superiori della nazione", secondo una definizione del New Yorker, che gli ha dedicato un bel ritratto, che nota che oggi il termine significa tutto e nulla.

"Marigold" è un disco tutt'altro che perfetto: questo culto si è incrinato negli ultimi due anni. Questo è il disco del ritorno e fa più che egregiamente il suo dovere. Nel 2017, Evan Stephens Hall è finito sotto i riflettori del movimento MeToo: si è autoaccusato di "coercizione sessuale" con un lungo post su FB - per avere avuto una storia con una persona dello staff della band che si è sentita usata e manipolata, ma ha preferito rimanere anonima, pur chiedendo al cantante di prendersi una pausa di riflessione. La band si è fermata, ha rimandato all'anno successivo la pubblicazione di "Skylight", e poi ha ripreso poco per volta l'attività. "Marigold" esce per la Rough Trade, e i numerosi articoli della stampa statunitense hanno un atteggiamento ambivalente rispetto a questa storia. Per dire, Pitchfork - che ha sempre dato voti alti al gruppo - sostiene che il calore delle canzoni c'è sempre, ma ma alla luce di quello che è successo il fascino dei testi introspettivi si è perso.

Sembra una posizione troppo dura - di fatto come se Hall si fosse trattenuto dopo le accuse. Per quanto sia possibile ascoltare questo disco a prescindere da questa storia, il risultato è quello di un insieme di canzoni di un fascino quasi disarmante, così come è disarmante il tentativo di riprendere vita e strada dopo un periodo complicato. "Marigold" è un piccolo gioiello che sarà indie o emo o quello che volete, ma suona benissimo nella sua semplicità: pochi elementi, conditi benissimo, senza mai risultare banali.  Da ascoltare e riascoltare.

Tracklist

01. Dotted Line (04:20)
02. Spiral (00:56)
03. The Alarmist (04:01)
04. No Drugs (02:48)
05. Moment (03:10)
06. Hairpin (03:10)
07. Phase (02:30)
08. Endless (03:26)
09. Alcove (02:47)
10. Neighbor (04:11)
11. Marigold (06:09)

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