La classe infinita dei Wire

Torna la band britannica con l'album numero 17: un disco personalissimo, raffinato e intelligente come pochi altri sono in grado di fare

Recensione del 26 gen 2020 a cura di Andrea Valentini

Voto 9/10

La banalità dell’affermazione “i KYZ [inserire nome di band a piacere] non sbagliano un colpo” è feroce. Quasi criminale. Eppure ci sono casi eccezionali in cui è difficile non ricorrervi.
Uno di questi casi è proprio rappresentato dai Wire che, a dispetto di una carriera pluridecennale e dell’implacabile trascorrere del tempo, sono sempre capaci di sfornare dischi solidi, personali, sorprendenti e mai – ma proprio mai – scontati.
Merito, forse, di un sound e un’alchimia musicale che nessuno sembra mai aver provato a replicare (o forse nessuno è stato in grado di clonare tutto ciò… chissà). Ma anche di una classe e un talento senza dubbio superiori.

Questo album numero 17 della band britannica – in attività dal lontano 1976, quando emerse in pieno calderone punk con quella scheggia meravigliosa che è “Pink Flag” – rappresenta l’ennesimo tassello che consolida e conferma l’evoluzione di un sound molto speciale. Dall’urgenza degli esordi – chi non ricorda il punk conciso e saettante di pezzi come “Mr. Suit”? – a un raffinatissimo mix che impasta energia, melodie pop vellutate, sonorità sperimentali, art rock, tocchi di psichedelia, afflati new wave e un piglio quasi letterario: questa è stata la strada percorsa dalla band, che ormai si è costruita un’identità netta e riconoscibile all’istante.

“Mind Hive”, molto semplicemente, non delude neppure per un istante. Anzi. Questa manciata di brani ci consegna i Wire in ottima forma e – una volta di più – ci lascia con quel piacevole desiderio di andare più a fondo, per capire esattamente cosa si nasconda dietro al messaggio più immediato… perché dietro a musica del genere sembra sempre esserci una sorta di hidden agenda. E anche quando non c’è, si è spinti a trovarla. E a restarne piacevolmente sorpresi.

In fondo i Wire non sono mai stati un gruppo come gli altri (deo gratias). E non lo saranno mai: anche dopo tanto tempo, non ce la fanno proprio a risultare in qualche modo “standard”. Cosa per cui meriterebbero uno status e un profilo ben più elevato, meno relegato a nicchie di conoscitori… ma tant’è: godiamoceli noi, per gli altri (forse) il tempo verrà.

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