Il "Live in Italy" di Lou Reed ristampato su vinile

Una riedizione gustosissima, per un disco dal vivo che graffia e non perdona

Recensione del 14 ott 2017 a cura di Andrea Valentini

Voto 8/10

“Ciao mà, vado a vedere Lurìd stasera”.
Italietta primi anni Ottanta, in bilico fra l’incipit dell’epoca dell’edonismo senza limitismo e gli ultimi strascichi degli anni di piombo. È un settembre caldo come al solito, anzi di più. Perché Lou Reed arriva, come una saetta dipinta di vernice fluo al sapore speedball, per quattro date: Torino, Verona, Firenze, Roma. È il tour promozionale di “Legendary Hearts”, il disco uscito a marzo dello stesso anno, che – almeno a caldo – sembra avere deluso le aspettative dei fan, che hanno ancora “The Blue Mask” in circolo (il tempo darà ragione a Lou… ma questa è un’altra storia).

La leggendaria unità studio mobile dei Rolling Stones è al seguito, per immortalare i concerti. È difficile catturare quella magia, quella deliziosa lordura, quella decadenza che sa di birra e cenere di sigarette. Di hashish scaldato sulla punta di serramanico ossidati dalle fiamme degli accendini. Di brivido da stagnole che avvolgono polvere brunastra o bianco latte. Ma non impossibile. E lo dimostra, senza troppi giri di parole, la selezione di pezzi tratti dai live di Verona (all’Arena) e Roma (fra le rovine magiche del Circo Massimo) con cui viene assemblato questo album dal vivo: uno schizzo di vita e cruda verità rock, che suona come una menzogna smascherata un attimo prima di dare un bacio. Fa male, ma non riesci a fermarti.

Sul palco ci sono – oltre al Maestro di Cerimonie, che ci porta nel Wild Side guidando come un taxista imbottito di Quaalude e vino alla fragola da due dollari –  Fred Maher alle pelli, Fernando Saunders al basso e, soprattutto, quel personaggio geniale e impenetrabile di Bob Quine. Colui che, con quel suo appeal da assicuratore serial killer che ha trovato una Telecaster nel bagagliaio dell’auto di una sua vittima, aleggia onnipresente, fra riff crudi, finezze jazzistiche travestite da sfuriate protopunk e tocchi da magister. Il risultato è una raffica di 14 canzoni, compresa una manciata di classici dei Velvet Underground riletti in versione scortica-anima.

È quasi impossibile non buttare lo sguardo al cielo (che sarà sempre e comunque nero, notturno) per tuffarsi nel marasma stoogesiano del medley “Some Kinda Love”/”Sister Ray”. E l’atmosfera delinquenziale di “Walk On The Wild Side” è esaltata dal piglio crudo della dimensione live… per non parlare del finale con tanto di uno-due pugilistico: “Heroin” (ovattata, impastata, sull’orlo dell’overdose) e una spietata “Rock’n’Roll”, fatta a pezzi e resa un inno punk fuori tempo massimo, ma intriso di livore.

Signori e signore, “Live In Italy” è servito. Un piatto per palati forti, con tutto il contorno velenoso necessario a esaltarne i sapori. Un doppio LP, per giunta: come, del resto, i dischi dal vivo si facevano nella golden age. Quattro facciate: un’esperienza che – nella miglior tradizione dell’epoca del 33 giri – richiedeva tempo, dedizione e attenzione. E questa ristampa su vinile rievoca tutto ciò fedelmente, con un balzo spazio-temporale nel cuore del rock, quando un microsolco graffiato su una piastra di PVC nero ti faceva viaggiare più di un cosmonauta impazzito. Una riedizione – rimasterizzata, ça va sans dire – per riassaporare il sound della musica allo stato brado, quello in cui strumenti, note, voci e canzoni vanno a fondersi con il tocco della puntina che striscia sul vinile, con quel fruscio di fondo irresistibile… il rumore bianco della vita, che ti accompagna sempre e comunque, a fare da tappeto a tutto il resto.

Tracklist

01. Sweet Jane
02. I'm Waiting for My Man
03. Martial Law
04. Satellite of Love
05. Kill Your Sons
06. Betrayed
07. Sally Can't Dance
08. Waves of Fear
09. Average Guy
10. White Light, White Heat
11. Sister Ray
12. Walk on the Wild Side
13. Heroin
14. Rock & Roll

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