Erano in molti ad aspettare al varco Khaled. Il successo commerciale aveva iniziato ad annacquare il suo supremo rai, la ricerca di una certa pop-olarità sembrava portarlo sempre più lontano dai suoni e dai sapori del maghreb per lasciarlo incatenato ad una dance music fatta di tastiere e di trovate a basso prezzo. Fa piacere notare che Kenza non è così: è un album di world-pop contemporaneo, casomai, ma costruito con un grande lavoro di filologia musicale, che sembra quasi andare controcorrente rispetto alla filosofia del ‘cotto e mangiato’ che sta alla base di molte incisioni del genere. “Kenza” sembra costruito con un intento enciclopedico, fatto per portare la voce di Khaled a misurarsi con più stili e generi possibili senza però snaturarne l’essenza, come in alcune momenti era sembrato potesse succedere in occasione del precedente “Sahra”. Il team di produzione qui vede lavorare alternandosi Steve Hillage, Lati Kronlund e Jean-Jacques Goldman, già al fianco di Khaled nel precedente album, per il quale aveva scritto “Aicha”. Se Hillage convoglia il lavoro di Khaled verso sonorità tutto sommato tradizionaliste, permettendogli di incontrare tutta una serie di realtà e collaborazioni, Lati Kronlund ha messo a frutto tutto il suo talento e la sua preparazione come maestro di un certo tipo di funk sposato alle sonorità tipiche delle big bands. Dal canto suo Khaled non si tira indietro di fronte a niente: canta attorniato da un’orchestra d’archi egiziana su brani rai come “Raba-Raba” o “Aâlach Tloumouni” – al brano partecipa anche Hossan Ramzy, che aveva aiutato Robert Plant e Jimmy Page a venire a capo del loro album ‘arabo’, No Quarter -, duetta con una giovane interprete anglo-pakistana, Amar, nella splendida “El Harba wine”, sfrutta le sonorità naturali di strumenti arabi come l’ud e la gasba per “El Aâdyene” o “El Bab” per dare una diversa dimensione alla musica algerina da cui proviene. E non si esime neanche dall’affrontare una trappola molto insidiosa come la rilettura del classico di John Lennon “Imagine” insieme a Noa, in una versione che si teme retorica e ci si scopre poi ad amare. Non meno belle sono “Derwiche tourneur”, brano dedicato ai mitici danzatori, o le incursioni in territori ‘altri’ come “El Aâdyene” – sposalizio con gli scratches fatti proprio con vecchi vinili di musica rai – e “Gouloulha-Dji“, il momento dell’album più vicino alla musica e cultura cubana. Per quanto a molti potrà non piacere per via dell’eccessivo eclettismo negli accostamenti, “Kenza” è un album di grande sintesi musicale, identikit completo di un artista poliedrico come Khaled e di mondi musicali spesso distanti soltanto nella mente di chi li frequenta da lontano.