Alla prima canzone, "Empty-handed", già capisci che c'è qualcosa di diverso dal solito indie-pop-folk o come lo volete chiamare. Un ritmo appena accennato da un "click" (elettronico?) ma delicato in sottofondo. In "Follow the flow" c'è sempre la voce delicata di Stefano De Stefano, ed un arpeggio di chitarra acustica, ma con tastiere che questa volta entrano più decise a colorare la canzone.
Quando si arriva al terzo brano si cambia ancora, con un basso pulsante sul giro di chitarra ritmica. Se conoscete i Pipers (ve ne parlammo al tempo di "Juliet grove") avete capito: hanno "ampliato la paletta sonora", come si dice in gergo.
Se non li conoscete, benvenuti: "Alternaïf", oltre ad avere una delle più belle copertine di album italiani che mi è capitato di vedere recentemente, è semplicemente un gran bel disco di ottime canzon, i minimali ma senza essere troppo minimali; anzi con ottimi arrangiamenti che le colorano, senza mai prendere il sopravvento.
I Pipers cantano in inglese, e per questo abbiamo già usato l'argomentazione "non sembrano italiani". Non particolarmente originale, me ne rendo conto, ma è ancora vera forse anche più su "Afternaif" che su "Juliet grove", era stato inciso in Inghilterra con Gavin Monaghan (un passato con Editors, Scott Matthews, Paolo Nutini, tra gli altri). Questa volta hanno fatto tutto da soli, e questo va a maggior merito.
L'unico appunto è che avrebbero potuto osare ancora un poco di più, fondendo (moderatamente, come in "Follow the flow") il pop-folk con l'elettronica. Il rischio, però, era di diventare semplicemente dei pseudo-alternativi. Decisamente meglio essere "Alternaïf", invece.