È uno di quei personaggi dal carisma inossidabile, che in qualche modo sembrano tenere botta senza troppi danni di fronte alle bordate degli anni e della scena musicale che cambia. Il segreto, in gran parte, è quel passato leggendario, che cancella, smussa e attutisce gran parte delle spigolosità e dei passi falsi che inevitabilmente prima o poi arrivano. Per cui è quasi automatico che gli si perdoni un’attesa di ben cinque anni dal suo ultimo disco, prima di giungere a questo “Skeletons” – che non è altro che una raccolta di cover. Rifatte alla Danzig, per carità, ma sempre di cover si tratta... possibile che in cinque anni non sia riuscito a mettere insieme una decina scarsa di pezzi per un disco di originali? Mistero.
Ad ogni modo, l’operazione “Skeletons” ruota intorno alla volontà di omaggiare ispiratori, muse e idoli del buon Glenn – insomma, gli artisti che lo hanno reso ciò che è e lo hanno instradato per diventare quel fenomeno unico delle scene punk e hard rock/metal che è. Lui stesso ammette che i brani del disco sono una selezione di ciò che ascoltava quando stava crescendo: quindi troviamo pezzi prevedibili (Elvis e Black Sabbbath ovviamente) e altri meno (Litter, Everly Brothers, Rascals). Il tutto customizzato in stile horror punk-gothic metal.
L’intento è notevole, la scaletta bilanciata – un buon mix di mainstream rock e cose meno patinate... eppure l’impressione finale è che il tutto non sia all’altezza delle aspettative. E ad acuire tragicamente questa sensazione c’è un neo non da poco: la produzione. “Skeletons”, infatti, è – per usare un eufemismo – un disco in cui la qualità della registrazione e il filo conduttore della produzione sono confusi, disomogenei e approssimativi. Come se fossimo di fronte a una serie di demo su cui lavorare ancora e da utilizzare come riferimento per le versioni definitive.
Per non parlare, poi, dell’approccio “metal a ogni costo” che a tratti suona come una parodia: per fare un esempio, i Litter rifatti come una cover band dei Pantera sono un epic fail, a dispetto della grandezza del brano e della performance vocale di Danzig, che comunque dimostra di essere ancora l’unico a essere in grado di cantare in modo credibile “alla Danzig”. Ma la backing band offre una prova discutibile – in parte per lo sforzo costante, e non richiesto, di metallizzare ogni brano.
A fronte di un Glenn Danzig in forma, come cantante (è in difficoltà palese solo alle prese coi Sabbath e gli Aerosmith), la band non convince per nulla. E un approccio più punk – stile Samhain/Misfits – avrebbe indubbiamente giovato a molti dei pezzi raccolti nel disco, che invece sono appiattiti da uno stampo metal-rock a tratti troppo pacchiano – anche per uno come Danzig.
Alla fine della fiera, l’album si fa ascoltare, senza colpire particolarmente. È però una buona prova del fatto che Glenn è ancora sul pezzo e probabilmente, con un produttore ad hoc e la voglia di scrivere materiale nuovo, potrebbe sfornare ancora bei dischi. L’omaggio ai suoi idoli è stato fatto ed è andata così... ora, però, aspettiamo qualcosa di più sostanzioso.