"The magic whip" non è stato comunque un “to pull a beyoncé” - con quel neologismo anglosassone con cui ormai si definiscono i dischi a sorpresa, quelli che escono all’improvviso (come Beyoncé due anni fa, come Fabri Fibra da noi, con tutto quello che c’è in mezzo). Da quel 19 febbraio, giorno dell’annuncio, è stato un profluvio di ascolti, notizie, anteprime - persino una performance completa dal vivo dell’album, su YouTube. Insomma, marketing classico per alimentare ulteriormente un'attesa che dura da quasi 12 anni. Ci sta, perché alla fine, “The magic whip” è un disco molto classico.
Quelle sessioni rimangono nei cassetti per un anno, fino a quando non vengono riprese in mano da Coxon e da Stephen Street, il produttore che aveva segnato il suono della band, e che non aveva messo le mani né sull’ultimo disco con il chitarrista (“13”), né su “Think Thank”. Albarn ha lasciato che i due prendessero il controllo, per occuparsi dei testi, tornando a Hong Kong in cerca di ispirazione in quei luoghi.
E così eccoci alle 12 canzoni: l’inizio ripaga l'attesa, è un colpo al cuore, e fa capire perché la stampa inglese è impazzita per il disco: “Lonesome street” è la quintessenza dei Blur, un riffone vecchio stile, quella voce indolente, qualche deviazione di percorso nella struttura melodica che rende unica la canzone. Un ritorno in piena regola, come se non fossero mai andati via.
Il disco continua su questi binari. Da un lato canzoni più rarefatte, dai suoni in sottrazione: “New world towers”; “Ice cream man”, e soprattutto l'inizio di "Thought I was a spaceman". Queste ultime ricordano vagamente le ultime uscite di Albarn. E' un bene? è un male? il dibattito è aperto - io personalmente preferisco i momenti di "The magic whip" che suonano “classic Blur”: in “Go out” e in "Ong ong" rispunta un “La-la-la”, mentre l’urlo “I broadcast!” su quel riffone di chitarra nell’omonima canzone te lo immagini già in concerto
. Ma anche in queste canzoni più dritte, salta sempre fuori una sfumatura, una piega sonora, una coloritura che non ti aspetti. E lo stesso capita in canzoni nelle quasi-ballate, come “My terracotta heart”, “Pyongyang” e la chiusura di “Mirroball”, in cui si sente qualche eco di “This is a low”
In fin dei conti, è stata questa la grandezza di Albarn, Coxon & co, e lo è tutt’ora, in "The magic whip": prendere la canzone brit , smontarla e rimontarla, facendola sembrare contemporaneamente uguale e diversa, aggiungendo doppiofondi, sfumature, strati, ma senza (quasi) mai perdere di vista la forma e la melodia. Una chimica irripetibile altrove: assieme questi quattro signori riescono a fare una musica unica. Cose che in altri progetti esterni non riescono neanche a sfiorare.
L'eco del passato, quello di una delle più grandi band della storia recente della musica inglese, si sente spesso, in “The magic whip”; e si sentono le esperienze maturate nei lavori solisti, e si sente il presente. Si sente tutto questo: nulla di meno, ma anche nulla di più - anche quel qualcosa che forse era lecito aspettarsi da una grande band. Comunque, bentornati.