Sembrano un fenomeno di folklore, i Grateful Dead , simbolo di un’era ormai andata, con i loro fan fricchettoni, i “Deadhead”, le loro magliette colorate. Invece, prima dei Pearl Jam, prima di Springsteen, prima dei Black Crowes e di molti “eroi” odierni del classic rock c’erano loro: un modello che è ancora innovativo, avanti a tutto e tutti.
Oggi una band, se vuole “monetizzare” la musica dal vivo oltre i biglietti, deve suonare tanto, tante canzoni. Vendere bootleg. I Grateful Dead, dal ’65 al ’95 (anno in cui morì Jerry Garcia), hanno suonato più di 2350 concerti, più di 500 canzoni diverse. Di questi show, 2200 vennero registrati dalla band e dai fan (incitati dal gruppo, anche a scambiarsi le cassette). Su Internet Archive si trovano quasi 10.000 registrazioni in streaming/download (ogni data esiste in diverse versioni, la maggior parte direttamente da soundboard). Dal 1991 i Dead pubblicano regolarmente i concerti dal loro archivio. Hanno pubblicato 135 album live, con un ritmo di 5-6 all’anno. Ognuno vende almeno 10.000 copie, quasi sempre esaurite in pre-ordine su dead.net, sito ufficiale del gruppo.
Addirittura c’è chi ha scritto libri sul marketing e sul business - non solo quello musicale, proprio il marketing tout-court - Usando i Grateful Dead come un modello che ha anticipato di decenni la cultura digitale.
E poi c’è “Dark star”. Molto più di una canzone, molto più dei Grateful Dead: il simbolo di un modo di fare e consumare la musica. Una storia meravigliosa, oltre che una musica meravigliosa. Venne incisa nel ’67: apparentemente una canzoncina di 2:40, in realtà costruita su una struttura modale - quella di "Kind of blue" di Miles Davis e "A love supreme" di Coltrane, per intenderci; vide i Dead per la prima volta collaborare con il paroliere Robert Hunter, ma il singolo fallì miseramente, vendendo meno di 5.000 copie. I Grateful Dead iniziarono a suonarla dal vivo, ad espanderla, ad usarla come base per improvvisazioni e sperimentazioni, con la chitarra di Garcia a tessere melodie, sostenuta dalla ritmica di Bob Weir e dal basso di Phil Lesh. Nel 1969 iniziò ad arrivare a durare anche 30 minuti, unendo rock, psichedelia, folk, jazz.
Oggi ne esistono decine di versioni pubblicate ufficialmente, che si aggiungono alle centinaia ufficiose (un fan le ha raccolte in una lista, con streaming ). Fanatismo estremo, certo, come l’infinita discussione tra i Deadhead su quale sia la migliore versione. Qua sotto una piccola playlist delle più note versioni ufficiali, da quella di studio in poi, per farsi un’idea: di quanto sia affascinante e innovativa la musica “spaziale” di “Dark Star”, al di là del fandom.
E poi c’è questo disco, “Grayfolded”. E c’è John Oswald. Uno che faceva i mash-up prima ancora che esistessero i mash-up, che lui chiamava “plunderphonics”. Ovvero il saccheggio sonoro, “La pirateria sonora come prerogativa compositiva”, ispirandosi al cut-up di Borroughs, fin dal 1975. Sì, dal 1975, quando manipolò un brano dei Led Zeppelin, unendolo con il sermone di un predicatore evangelico, in una sorta di pre-hip-hop. Ovviamente venne spesso osteggiato da case discografiche e artisti: lo racconta lui stesso in questa bella intervista recente su CoS
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“Grayfolded” venne commissionato nel ‘94 da Phil Lesh, il bassista (e musicologo) del gruppo. Oswald si rinchiuse negli archivi della band per un mese (allora pressoché tutti inediti), e se ne uscì con oltre 100 versioni, catalogate e poi rimontate assieme, “ripiegate”, l’una sull’altra, come sottolinea il titolo, pubblicate in due volumi tra il,’94 e il ’95.
“Greyfolded” va ascoltato come una via di mezzo tra lo sperimentalismo rock, il free-jazz e una suite di musica classica fatta con le chitarre elettriche. Per dire, si apre con 2 minuti di strumenti che si accordano, trasformati in musica. Unisce momenti dilatati a sfuriate elettriche - il punto più alto è probabilmente “73rd Star Bridge Sonata”, che contiene una jam intera da 14 minuti da un’esecuzione del febbraio ’70 considerata tra le migliori del gruppo (e pubblicata nel ’96 in “Dick Picks’s volume 4 - la trovate nella playlist sopra). Il CD e il vinile comprendono una mappa di ogni versione usata nella composizione, minuto per minuto, di cui potete vedere un esempio trasformato in un video qua: Il doppio CD è stato difficilmente reperibile per tempo, poi ritornato in commercio grazie al digitale: si può ascoltare in streaming, se non volete la versione in vinile (qua sotto le versioni su Deezer).
Se siete arrivati fino in fondo a questa storia, magari continuerà a non fregarvene niente dei Grateful Dead, magari vi verrà voglia di ascoltare una versione o questo disco e vi stuferete dopo pochi miniuti. Ma se invece sono riuscito a farvi interessare a Dark Star, vi avviso: è una droga, nel senso che se vi iniziano a piacere queste melodie, queste improvvisazioni, allora non riuscirete a farne a meno, e poco per volta vi verrà voglia di ascoltare e riascoltare versioni diverse dopo versioni. Insomma, attenzione: “Dark star” può farvi farvi entrare in un buco nero di musica stupenda da cui è impossibile uscire.