A sancire questa definitiva fine di un brutto periodo arriva “Paradise valley”, a poco più di un anno di distanza dal predecessore. Un altro album semplice, diretto: il luogo in cui John Mayer ha trovato la pace è quello del roots-rock, come dimostra la copertina, che ce lo propone vestito da “trobadour” in una prateria. Ad accompagnarlo c’è Don Was, produttore già del disco precedente (e di gente come i Rolling Stones, per intenderci). E ci sono 11 canzoni tra country, folk e pop. C’è l’ammiccamento al mainstream (un duetto con Katy Perry, una bella ballata), ai nomi “cool” ( “Wildfire”, con Frank Ocean, nel cui disco Mayer aveva suonato). E c’è un netto riferimento alle tradizioni, esemplificato da “Call me the breeze”, cover del compianto JJ Cale - anche se la canzone è stata incisa prima della scomparsa del chitarrista, suona come un omaggio ossequioso ad un maestro a cui Mayer deve tantissimo.
E’ un disco in punta di chitarra, questo “Paradise valley”, dove Mayer si preoccupa soprattutto di non strafare. Gli è spesso capitato in passato, di esagerare andando alla ricerca della canzone da radio a cui accompagnare la svisata ad effetto per dimostrare che sì, lui va in classifica e sui giornali di gossip, ma che, insomma, lui è un musicista vero. Ecco, qua come in “Born and raised” Mayer è concentrato sulle canzoni più che sul cercare di dimostrare qualcosa. Forse non siamo al livello del disco precedente: in generale suona un po’ meno “roots” e un po’ più pulito di “Born and raised”, forse un po' troppo. Ma vuoi vedere che il brutto periodo è servito e ci ha restituito un John Mayer concentrato sulla sua musica e non su altro?