John Mayer - PARADISE VALLEY - la recensione

Recensione del 19 ago 2013 a cura di Gianni Sibilla

Voto 7/10
Tutto rientra nella normalità, o quasi, per John Mayer . Anni difficili: un granuloma alle corde vocali che ha bloccato l’attività dal vivo e soprattutto un’immagine pubblica distrutta dagli eccessi e dai gossip. Poi una bella ripulita, già l’anno scorso con “Born and raised”, disco di “americana” dai sapori west coast, che riportava l'attenzione sulla musica, semplificando il suo suono spesso ondivago e tendente al piacionisimo da classifica.

A sancire questa definitiva fine di un brutto periodo arriva “Paradise valley”, a poco più di un anno di distanza dal predecessore. Un altro album semplice, diretto: il luogo in cui John Mayer ha trovato la pace è quello del roots-rock, come dimostra la copertina, che ce lo propone vestito da “trobadour” in una prateria. Ad accompagnarlo c’è Don Was, produttore già del disco precedente (e di gente come i Rolling Stones, per intenderci). E ci sono 11 canzoni tra country, folk e pop. C’è l’ammiccamento al mainstream (un duetto con Katy Perry, una bella ballata), ai nomi “cool” ( “Wildfire”, con Frank Ocean, nel cui disco Mayer aveva suonato). E c’è un netto riferimento alle tradizioni, esemplificato da “Call me the breeze”, cover del compianto JJ Cale - anche se la canzone è stata incisa prima della scomparsa del chitarrista, suona come un omaggio ossequioso ad un maestro a cui Mayer deve tantissimo.





E’ un disco in punta di chitarra, questo “Paradise valley”, dove Mayer si preoccupa soprattutto di non strafare. Gli è spesso capitato in passato, di esagerare andando alla ricerca della canzone da radio a cui accompagnare la svisata ad effetto per dimostrare che sì, lui va in classifica e sui giornali di gossip, ma che, insomma, lui è un musicista vero. Ecco, qua come in “Born and raised” Mayer è concentrato sulle canzoni più che sul cercare di dimostrare qualcosa. Forse non siamo al livello del disco precedente: in generale suona un po’ meno “roots” e un po’ più pulito di “Born and raised”, forse un po' troppo. Ma vuoi vedere che il brutto periodo è servito e ci ha restituito un John Mayer concentrato sulla sua musica e non su altro?

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