Una che, come molte altre colleghe, deve sempre dimostrare qualcosa. Non è in lotta per il trono di “Regina del pop” (una contesa peggio di una saga medievale, degna di un “Game of thrones”). Ma il suo percorso è ancora più difficile. Dimostrare di essere in grado di rinnovare l’R’n’B e la musica black, aprirla alle nuove generazioni, senza tradirne le origini. E’ la sua storia ed è la sua maledizione, anche in “Girl on fire”.
Il quinto disco è la storia della sua rinascita. L’ennesima - già i dischi precedenti parlavano di “Come sono”, “Libertà”, ect. Oggi è una “Alicia Keys nuova di zecca”, una “Brand new me”, che ci viene raccontata dopo un’introduzione di piano classico, messa lì per ricordarci che è una musicista vera.
Alicia è rinata perché è diventata mamma. E come tutti i genitori/musicisti deve mettere il suo pargolo nell’album: la voce compare già alla fine di “When it’s all over”, canzone che risponde a quel bisogno di “modernità/tradizionale” che è sempre presente nella musica della Keys rappresentato anche dalla presenza in consolle del richiestissimo Jamie XX (uno degli ospiti di spicco, assieme alla giovane Emeli Sandé, co-autrice di tre brani).
Beat e suoni sintetici su piano e voce. Però in buon equilibrio - quello che per esempio non c’è in “New day”, pasticciaccio di suoni, voci e beats.
Per fortuna, questa canzone è l’eccezione, non la regola: l’equilibrio si ritrova subito dopo nella title track e in buona parte del disco, costruito tra pop nero e moderno e ballate. Rimane musica un po’ più tradizionale, che mette in luce il suo talento “puro”, come nel duetto con Maxwell “Fire we make” e soprattutto nella stupenda “One thing” - scritta non a caso da Frank Ocean , uno che ha fatto del talento puro e del minimalismo la sua forza.
Ma alla fine, a differenza del precedente “The elements of freedom”, “Girl on fire” è un album appunto più equilibrato, più a fuoco. Un buon punto di incontro tra le diverse anime dell’artista e una ulteriore (inevitabile) dimostrazione del suo talento.