Baseball Project - VOL 2: HIGH AND INSIDE - la recensione

Recensione del 28 feb 2011 a cura di Gianni Sibilla

Prendere le storie di uno sport e trasformarle in canzoni. In molti l’hanno fatto, pescando qua e là. Ma nessuno aveva mai pensato di mettere in piedi band dedicata ad uno sport. Fino ai
Baseball Project , tre anni fa. E il progetto ha avuto successo, eccome se ha avuto successo: se ne è parlato parecchio, la band si è guadagnata un passaggio al David Letterman Show, cosa che non era mai successa a Steve Wynn , in trent’anni di onorata carriera con i Dream Syndicate e da solo. Wynn è solo una delle anime di questa band, che conta sulla moglie Linda Pittmon e sui preziosi servizi di Peter Buck dei R.E.M. e del suo amico Scott McCaughey (Minus 5 e seconda chitarra aggiunta dei R.E.M.).
Ecco se dovessimo dire perché i Baseball Project funzionano – e funzionano anche in questo "Volume 2" – i motivi sono sostanzialmente tre: 1)l’idea è bella – il baseball, anche se noi lo conosciamo poco, è un bel serbatoio di storie; 2) era tempo che non si vedeva Wynn così in forma (anche l’ultimo disco solista “Northern aggression” è notevole); 3)infine, era tempo che Peter Buck non si divertiva così tanto con un side-project: addirittura da decidere di andare in tour con questa band invece che con i R.E.M.. La coincidenza non è una coincidenza: “High and inside” esce una settimana prima del nuovo album dei R.E.M., e i Baseball Project saranno in tour a marzo (si parla di un passaggio da noi in estate), perché tra poco inizia la stagione del baseball professionistico americano.

Però questi sono dettagli, perché il fatto è che un’altra volta i Baseball Project hanno centrato l’obiettivo musicalmente, prima ancora di tutto: le 13 canzoni del disco passano in rassegna diverse sfaccettature del rock americano, con una scrittura magistrale, inanellando piccoli gioielli come “1976” o “Don’t call them Twinkies”, cantata da Craig Finn degli Hold Steady , uno dei tanti ospiti del disco. Ecco, quello che stupisce dei Baseball Project è la facilità e la leggerezza di scrittura. Ancora più impressionante, se si pensa che l’anno scorso hanno pubblicato una canzone al mese sul sito della ESPN, sempre in coincidenza con la stagione. Risultato: più di 20 canzoni in poco più di un anno.
Se non siete appassionati di baseball, avete due strade: godervi il disco per quello che è, oppure usarlo come scusa per scoprire lo sport simbolo dell’America, forse ancora di più di football e basket: una buona risorsa che vi consigliamo è la pagina wikipedia dedicata all’album , che contiene i link ai giocatori e alle storie citate nelle canzoni. In entrambi i casi, se vi piace il rock americano classico e si vi piacciono le belle canzoni, questo disco è da ascoltare.


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