In uno spettro idealmente compreso tra i Beatles e i Ramones si condensa la loro idea dell’estetica del rock, come se i primi ispirassero loro sia le armonie su cui ruggire sia un gusto pop perfino sfacciato (che si riflette anche nello slogan – oohps! intendevo, il titolo…) ed i secondi – oltre che avere suggerito loro l’idea dei nomi uguali da fratelli di latte – fossero il metro campione sul quale misurare l’attitudine in scena: fondamentali a posto, rumore e volume a sfascio, pezzi brevissimi. In mezzo ai due estremi, ammesso che siano corretti, ci stanno Who, Stooges, Clash, Led Zeppelin e Foo Fighters; ma pure quell’ostentata coerenza di chi considera il rock come intrattenimento sopra a tutto il resto ed è quindi disposto a denudarlo per ricondurlo ai propri valori di base, rischiando anche accuse di superficialità e di plagio, che abbondano in giro. Le prime si riferiscono ai testi (che sono dichiaratamente dei riempitivi, quasi un esercizio di ‘cut and paste’ in lingua inglese), le seconde sono inevitabili per chiunque sia giovane e suoni rock tradizionale nel 2007. Sono fondate? In certi casi dipende dal punto di vista. Il mio è all’insegna dell’ottimismo: la band non cerca né professa l’originalità, ma lavora sodo per la qualità; il gruppo accetta un’operazione d’immagine (quasi una forma primordiale di pop art, tra logo, titolo e falsi nomi), ma la sfoggia senza ipocrisia; infine, e soprattutto, è sempre in giro a suonare, e piuttosto bene.
L’augurio è che The Styles se ne freghino come i punk. “You love the Styles” dura 35 minuti per dodici pezzi (gabba gabba hey!) e probabilmente in Inghilterra ne avrebbero fatto un caso, almeno per un trimestre. E’ un disco divertente, con punte di eccellenza soprattutto nel primo singolo “Glitter hits” e in “Sex Beatles”.