Questo disco è diretto, nella scelta e nell'esecuzione: la scaletta è, per certi, quasi banale o, all'opposto, immediata e senza filtri: un vero e proprio “songbook” del rock, che parte da Hendrix per arrivare a Rolling Stones, Dylan, Beatles, Neil Young, Nirvana, Paul Simon, con qualche sopresa (i Tears For Fears di “Everyboy wants to rule the world”). Qualche altra sopresa arriva nella scelta non degli artisti ma delle canzoni: classiconi per Young, Hendrix, Nirvana (una stupenda rilettura acustica di “Smells like teen spirit”, il vero capolavoro del disco), brani meno scontati per Dylan (“Changing of the guards”, non “Like a rolling stone” spesso eseguita dal vivo) o per i Beatles di “Within you without you”.
Si può discutere all'infinito su affinità e divergenze tra gli originali e queste versioni, sopratutto nel caso di brani sedimentati nell'immaginario rock come “Helpless” o “Gimme shelter”. Ma sta di fatto che la personalità della Smith è tanta e tale che queste sembrano tutte canzoni sue. Un peccato, da questo punto di vista, che manchi quella “Father figure” di George Michael che Patti suonò a Milano un paio di anni fa, trasformata in una ballata da brividi. Una grossa mano in questo gliela dà la band (la solita: il grande Lenny Kaye alle chitarre, Tony Shanahan al basso, Jay Dee Daugherty alla batteria, più qualche comparsata di Flea, Tom Verlaine e del violoncellista italiano Giovanni Sollima), nel creare un suono essenziale, senza fronzoli. Sentite il lavoro sulla conclusiva “Pastitime paradise” di Stevie Wonder (in molti se la ricorderanno come base di “Gangsta paradise” di Coolio), con un tocco di piano che porta ad un crescendo da brividi.
Insomma: qua, come in tutta la musica di Patti Smith, c'è l'essenza della musica rock: istinto, passione, semplicità.