Però. Però i Darkness sono davvero divertenti su un palco (nel frattempo hanno suonato anche in Italia), e le loro pose fanno parte dell’immaginario rock: loro fanno finta di prendersi sul serio, ma non è vero… E “Permission to land”, ascoltato con il senno di poi, aveva delle canzoni molto piacevoli come “Love is only a feeling”.
Scusate questo preambolo personale, però gli inglesi continuo a non capirli, o forse li capisco fin troppo bene: si stanno già prodigando a stroncare questa seconda prova del gruppo dei fratelli Hawkins.
Che in effetti, non è forte come il primo disco. Ma non è questo il punto. Loro sono sempre divertenti, sempre un po’ caciaroni e sfrontati nelle loro citazioni. “English country garden” è un chiaro omaggio/plagio dei Queen (il loro vero modello), “Dinner lady arms” va addirittura a pescare nel rock epico inglese degli anni ’80 (quel riff ricorda quasi gli Alarm, fino a quando Justin non canta in falsetto, almeno). “Seemed like a good idea at the time”, con chitarre acustiche e archi, vorrebbe essere la seconda puntata di “Love is only a feeling” e un po’ (ma solo un po’) ci riesce.
Il fatto è che una volta che si accetta un gioco, è quello: i Darkness sanno fare questa musica, e “One way ticket to hell… and back” non sposta di molto il tiro. Anzi, mi sembra che il punto debole di questo disco sia la mancanza di canzoni/tormentoni.
Poi gli inglesi possono dire quello che vogliono: creare mostri e distruggerli al secondo disco, alla faccia della coerenza. Il problema del Darkness non è la coerenza, ma il fatto che vanno avanti con la testa che guarda indietro, al passato, e “One way ticket to hell… and back” ne è la conferma.
Basarsi solo sul passato, insomma, è evidentemente una pesante ipoteca sul futuro. Si rischia di stufare in fretta: forse questo è successo con la critica inglese. Noi europei magari saremo un po’ di bocca buona, ma se i Darkness vanno avanti così, con dischi piacevoli ma che sembrano usciti da una macchina del tempo, prima o poi finiremo con lo stufarci anche noi.