Darkness - ONE WAY TICKET TO HELL...AND BACK - la recensione

Recensione del 20 gen 2005 a cura di Gianni Sibilla

Ebbene si, ho sbagliato. Quando scrissi la recensione del primo disco dei Darkness, “Permission to land” (la trovate nel nostro archivio), ci sono andato giù pesante. Non capivo il motivo di tanto entusiasmo degli inglesi per questa band. Continuo a pensare che band che si guardano indietro sfiorando il plagio, proprio come i Darkness con l’hard rock degli anni ’70, siano divertenti e basta; ma anche che rappresentino un brutto sintomo della direzione che sta prendendo il rock.

Però. Però i Darkness sono davvero divertenti su un palco (nel frattempo hanno suonato anche in Italia), e le loro pose fanno parte dell’immaginario rock: loro fanno finta di prendersi sul serio, ma non è vero… E “Permission to land”, ascoltato con il senno di poi, aveva delle canzoni molto piacevoli come “Love is only a feeling”.
Scusate questo preambolo personale, però gli inglesi continuo a non capirli, o forse li capisco fin troppo bene: si stanno già prodigando a stroncare questa seconda prova del gruppo dei fratelli Hawkins.
Che in effetti, non è forte come il primo disco. Ma non è questo il punto. Loro sono sempre divertenti, sempre un po’ caciaroni e sfrontati nelle loro citazioni. “English country garden” è un chiaro omaggio/plagio dei Queen (il loro vero modello), “Dinner lady arms” va addirittura a pescare nel rock epico inglese degli anni ’80 (quel riff ricorda quasi gli Alarm, fino a quando Justin non canta in falsetto, almeno). “Seemed like a good idea at the time”, con chitarre acustiche e archi, vorrebbe essere la seconda puntata di “Love is only a feeling” e un po’ (ma solo un po’) ci riesce.

Il fatto è che una volta che si accetta un gioco, è quello: i Darkness sanno fare questa musica, e “One way ticket to hell… and back” non sposta di molto il tiro. Anzi, mi sembra che il punto debole di questo disco sia la mancanza di canzoni/tormentoni.
Poi gli inglesi possono dire quello che vogliono: creare mostri e distruggerli al secondo disco, alla faccia della coerenza. Il problema del Darkness non è la coerenza, ma il fatto che vanno avanti con la testa che guarda indietro, al passato, e “One way ticket to hell… and back” ne è la conferma.
Basarsi solo sul passato, insomma, è evidentemente una pesante ipoteca sul futuro. Si rischia di stufare in fretta: forse questo è successo con la critica inglese. Noi europei magari saremo un po’ di bocca buona, ma se i Darkness vanno avanti così, con dischi piacevoli ma che sembrano usciti da una macchina del tempo, prima o poi finiremo con lo stufarci anche noi.

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