Questo inizio – forse un po’ complicato, ma ci perdonerete – serve per dire che è un piacere recensire un bel disco di un bel personaggio. Questo è Jack Johnson: uno con una bella storia. Che è questa: hawaiano, surfista professionista, un giorno si reiventa artista, realizzando un documentario (sul surf, ovviamente). Ne scrive e ne canta anche la colonna sonora. Si fa notare, eccome. J.B. Plunier, braccio destro di Ben Harper, lo scopre e lo lancia. Nel giro di qualche disco, con il suo rock acustico, Johnson è diventato un piccolo grande personaggio di culto.
Devo dire che, forse pensando che la sua forse solo una bella storia senza una bella musica, ho sempre snobbato la sua musica, trattandola con sufficienza. Poi ho messo su questo “In beetween dreams” e me ne sono innamorato. Non fraintendiamoci, nulla di sconvolgente: solo canzoni (si potrebbe dire canzoncine, nel senso che sono semplici semplici, se questo termine non rischiasse di essere dispregiativo), basate su una chitarra acustica, un basso, una batteria. I ritmi sono semplici, ma suadenti, quasi caraibici (o hawaiani, pensando alla sua provenienza). “Favole da falò”, come diceva il titolo del disco precedente: una buona melodia da cantare in riva ad una spiaggia. Però canzoni come “Crying shame” o “Staple it together” ti conquistano poprio per la loro semplicità: una dote non da poco, in un periodo in cui sono in molti a strafare per dimostrare la loro bravura.
Johnson deve molto a Ben Harper, in termini stilistici, e non è un caso che sia stato proprio Harper il suo primo mentore. “In beetween dreams”, però, dimostra la maturità artistica di questo strano personaggio: bella storia, e bella musica.