L’atletismo musicale di “California” è controbilanciato dalla malinconia dei testi di "What did I do with my life?" e di "Destiny": a quarant’anni l’artista riavvolge la pellicola della sua vita, dà un’occhiata, si fa un esame di coscienza e…? E arriva "I don't want to be a star", ovvero: è la musica che conta e non l’immagine. Ma certo: se fossimo nel 1970 e stessimo ascoltando, che so, Jimi Hendrix mentre in un sussulto di lucidità decide di fustigare le cattive abitudini che ne avvelenano la creatività, sarebbe perfetto. Qui, però, abbiamo un buon musicista che si è appena stirato la capigliatura afro per rifarsi il look che si mette a bacchettare l’annacquato rock and roll lifestyle degli anni Duemila.
Comunque, non è certamente questa la ragione per cui "Baptism" non è il migliore album di Lenny Kravitz. Qui contano più le ballate che non i rockers, e non è certo un dramma; ma resta il fatto che, in ultima analisi, il CD ne risente perché mancano i guizzi che producevano il salto di qualità nei lavori precedenti. Questa volta padroneggiare la storia del rock – che è un merito grande – non è sufficiente a tirare fuori l’album dalle secche dall’anonimato e l’artista, che la sua musica ha sorpreso in una fase riflessiva, sbanda un po’.
I suoi fans hard core potranno ritrovarsi nel solco tracciato in anni recenti ma…Ministro del Rock’n’roll?!? Per me va bene, Lenny, ma prima facciamo un rimpasto.