Perché questo avviene non è facile da spiegare, o da tradurre in motivi oggettivabili. Però fidatevi: in mezzo a tutta la baraonda di cantautorato rock - spesso inutile, spesso dignitoso, spesso buono e nulla più – Yorn svetta per classe e personalità.
A voler essere pignoli, Pete Yorn non è certo un rivoluzionario. Però scrive gran belle canzoni, le arrangia ancora meglio, in modo semplice ed efficace. E si sente che ci mette l’anima, in queste canzoni, come pochi altri sanno fare. Sarà poi che pochi come lui riescono a mischiare i generi, rimanendo saldamente ancorati nella tradizione americana ma buttandoci dentro anche la New Wave inglese; sarà che piace la sfrontatezza con cui affronta classici della musica (in passato aveva inciso cover di Springsteen, Bowie/Iggy Pop, Smiths; la versione europea di questo CD si chiude con una rilettura di “Suspicious minds"); sarà che piace il suo piglio narrativo, il suo modo di raccontare la stessa storia in modi diversi (prendete “Cristal village” e “So much work”: entrambi parlano di storie d’amore che finiscono, in modo quasi distaccato la prima, malinconicamente la seconda). Sarà, insomma…
Yorn è uno di quei nomi da tenere d’occhio. Sembra appartenere ad un’altra generazione di musicisti. Una generazione capace di fare dischi che hanno un senso dall’inizio alla fine, non costretta a cercare il “singolone” che sfonda sulle radio, che si dà il tempo di crescere artisiticamente. C’è da crederci: di Pete Yorn si continuerà a parlare.