Il miracolo si è ripetuto: questo “Weathered” terza prova del gruppo di Scott Stapp, è balzato in testa alle classifiche americane la settimana della sua pubblicazione, smerciando quasi un milione di copie. Eppure poco è cambiato nella formazione della Florida –il bassista Brian Marshall è uscito dal gruppo- che continua a proporre un suono “grunge”, dieci anni dopo l’esplosione del fenomeno. “Weathered” è fatto di canzoni epiche che stanno a metà tra i Pearl Jam delle origini e gli Alice in Chains: “One last breath” e “My sacrifice” potrebbero fare bella figura in “Ten” o in qualche altro disco di una band di Seattle dei primi anni ’90.
Per questo motivo, ogni disco dei Creed – e questo non fa eccezione- genera un po’ di sospetto e pregiudizio: si potrebbe pensare a canzoni già sentite, ad un suono datato. Eppure, se c’è un motivo del successo dei Creed è che questi quattro ragazzi fanno del rock come Dio comanda: chitarre tirate, voce distesa, testi “esistenziali” (nella fattispecie, quelli di Scott Stapp contengono diversi accenni “spirituali” che hanno fatto superficialmente identificare il gruppo con quelli del movimento del “Christian rock”, il rock "evangelizzatore" cattolico).
Insomma, canzoni come la delicata ballata “Lullaby”, il rock tirato “Freedom fighter” la psichedelica di “Who’s got my back?” o i mid tempo come “My sacrifice” potranno pure non avere molto di nuovo, ma funzionano come quelle di pochi altri gruppi del genere.
“Weathered” è un concentrato di quel rock duro che fa sempre piacere ascoltare, se siete appassionati di un genere che ha ormai pochi alfieri. Se i Pearl Jam – e tutta l’ondata di gruppi che ha rivitalizzato il suono di Led Zeppelin e Black Sabbath- non fossero mai esistiti, si potrebbe gridare al miracolo. Invece si deve constatare, al di là di ogni pregiudizio, che i Creed fanno egregiamente il loro mestiere. Se cercate qualcosa di nuovo, rivolgetevi altrove; se siete in astinenza da Rock, quello con la “R” maiuscola, i Creed fanno per voi.