La felicità complicata di Phoebe Bridgers

Funerali e nuovi amori, “Lost Weekend” è tutto ciò che succede dopo, tra elettronica, pop e folk

Recensione del 14 ago 2026 a cura di Marco Di Milia

Per niente facile capire cosa succede dopo. Quando si abbassano le luci. Dopo gli anni in cui si è passati dall’essere la grande promessa del cantautorato americano a una musicista capace di riempire arene, vincere Grammy e condividere con la stessa credibilità il palco tanto con Taylor Swift quanto con Matt Berninger. Nei sei anni che separano “Punisher” dal nuovo “Lost Weekend”, Phoebe Bridgers ha fatto del tempo trascorso tra i due album un vero e proprio elemento narrativo.

Lei e gli altri 

In fondo il suo ultimo lavoro racconta proprio questo, cosa fare di tutti quegli eventi che sembrano destinati a definirci nel momento in cui diventano ricordi. E quando gli episodi di rilievo sono soprattutto delle assenze insanabili, il peso specifico che si avverte lungo l’intero percorso diventa davvero notevole. La prima, e di gran lunga più irrisolvibile, è subito richiamata nell’apertura di “The outside” sostenuta da un sinistro vocoder, in un’immagine che potrebbe strappare perfino un sorriso se non fosse chiaro il riferimento. La cantautrice originaria di Pasadena si presenta “piangendo in giacca e cravatta / ma dovreste vedere l’altro tipo”. L’altro è il padre, occupante, suo malgrado, di una bara.

La seconda perdita, non meno importante, è quella di un futuro immaginato e mai realizzato, evocata dalla fine di un rapporto e da un matrimonio solamente progettato. Eppure, c’è anche dell’altro, nell’arco di sedici tracce che spaziano dalle sfumature dell’americana e del country, dai silenzi, fino all’auto-tune, passando all’eccentricità dell’art pop per raccontare di riflessioni, stati d’animo e slanci romantici. Tra relazioni ormai sepolte e sentimenti pronti a rinascere ancora, “Lost Weekend” mette così in scena, con disarmante sensibilità, un’inattesa voglia di stare bene, come di un nuovo rapporto con se stessi.

Ovviamente, perdita e dolore si ritrovano spesso nelle liriche di “Lost Weekend” - e chi si aspettava un party album d’altronde non aveva molte possibilità di successo -, ma a sorprendere è anche la serenità di Phoebe Bridgers nel metterli a fuoco, tra vivi e defunti. Anche nei momenti più intensi della scaletta si avverte una sorta di accettazione che in precedenza raramente emergeva in modo così netto.

Il tempo che ritorna, a suo modo

Mettendo in questo modo insieme i pezzi di una traiettoria che non è andata esattamente secondo i piani, la musicista californiana con le storie dolenti e ciniche del suo nuovo album sembra finalmente pronta a lasciarsi alle spalle ciò che è stato. I brani, così, funzionano come tappe di un percorso a zig-zag. Non seguono un andamento lineare, quanto piuttosto delineano flashback, ritornando su immagini e grandi e piccole ossessioni che cambiano significato a seconda del punto di osservazione. Ci sono messaggi vocali, feste vissute in disparte, stanze dell’infanzia e scorci di periferia statunitense. Tutto contribuisce alla costruzione di una geografia indefinibile, malinconica e a tratti un filino inquietante.

Condensando quindi presenze e smarrimenti, il primo singolo “Lost boys” racchiude con sorprendente disinvoltura un’estetica in bilico tra fiaba, fuga e inquietudine. E mentre il testo accumula ansie e immagini oscure in apparenza sconnesse, la musica fa quasi il contrario, trasformando il brano in un inno da cantare insieme. Ché anche i fantasmi, evidentemente, ogni tanto hanno bisogno di una buona dose di “yeah!”.

“Lost Weekend” è in questo senso un racconto del tempo andato, un po’ come lo era stato, riprendendo una mitologia illustre, quel periodo di diciotto mesi che John Lennon aveva trascorso a Los Angeles lontano da Yoko Ono tra il 1973 e il 1975. Un parallelismo che per Phoebe trova un punto di contatto con la distanza e con tutto quello che nel frattempo accade mentre si prova a capire cosa si è diventati. Divisa tra dolcezza e irriverenza, Phoebe riesce a creare immagini insieme schiette e delicate che funzionano come riverberi emotivi. C’è un centro commerciale in “Liberty Tree”, dove la quotidianità si mescola all’euforia disordinata di un nuovo amore. C’è una camera d’albergo in “Panorama”, evocata dopo oltre un minuto di beat ambient. Ci sono preghiere e speranze in “As above”. Frasi, oggetti e situazioni che paiono dialogare tra loro da una canzone all’altra, come se l’intero album fosse composto dalle pagine di un unico diario.

Una folla per riflettere

A dare forma alle introspezioni della cantautrice, oltre a Ethan Gruska e Tony Berg, collaboratori ormai abituali, in “Lost Weekend” sono presenti anche Jack Antonoff - già al lavoro con star del calibro di Swift, Lana Del Rey, Lorde e St. Vincent, tanto per citarne alcune - e nomi noti della scena roots come Alex G, Christian Lee Hutson, Harrison Whitford, Marshall Vore e Mike Mogis. Presente anche Conor Oberst, Damien Jurado, Maya Hawke e poi, ancora, Julien Baker e Lucy Dacus, a ricomporre il trio Boygenius nelle tessiture morbidamente roots di “Haunted”. Infine, Bo Burnham non si limita a entrare nelle storie più intense dell’album, ma contribuisce anche alla scrittura di sette brani. In più, in un cameo non accreditato, compare anche la voce del padre, Tony Bridgers, per una straniante “Never going back!”  con un messaggio vocale capace di modificare lo spazio che lo circonda: “So che sei impegnata. Fare la rockstar ti porta via un sacco di tempo...”, portandosi dietro più di un paio di questioni irrisolte e, forse, anche qualche lacrima di rimpianto.

Dai nomi coinvolti, “Lost Weekend” è a tutti gli effetti un album affollatissimo, ma all’ascolto succede quasi il contrario, seguendo la direzione sblilenca di un folk a tratti cupo, essenziale e straniante. I brani prendono il tempo necessario per arrivare a destinazione, altri si interrompono per lasciare spazio a rumori, registrazioni e intermezzi ambientali. Come in un flusso costante di sensazioni e pensieri, si lasciano aperti tutti i puntini di sospensione necessari, anziché riempire gli spazi.

La fine, la ricostruzione e l'allegria

E anche quando gli arrangiamenti si fanno più carichi, l’accumulo è accuratamente evitato. In “Bobby” si lascia spazio a un intreccio più denso di batteria e chitarra, mentre il banjo di Antonoff introduce una componente quasi spensierata e luminosa che potrebbe passare per felicità. Con qualche crepa, certamente, ma a questo punto sarebbe stato sospetto il contrario.

La fine continua comunque a farsi sentire lungo tutto il disco. Di una relazione, di un rapporto familiare, di un futuro. In “Still standing” Phoebe torna all’infanzia e al padre scomparso, mentre in “The Governor’s waltz” si toglie più di un sassolino dalla scarpa lanciando un paio di stoccate a un ex e al suo nuovo flirt. “She can pretend to me”, canta, in una strofa che sembra fatta apposta per alimentare qualche stoccata, ma nell’economia del tutto assume un peso differente. La cronaca rosa resta sullo sfondo, mentre affiora ancora una volta il tentativo di capire cosa succede quando una storia finisce e qualcun altro comincia a occuparne lo spazio.

Allude anche a circostanze note del suo passato nella title track “Lost weekend”, confermando gli indizi di quanti l’avevano vista sfoggiare un anello di un certo rilievo con passaggi che non lasciano spazio all’immaginazione: “dovrei essere sposata, ma ho annullato tutto”. E quasi per analogia, la coda di celestiale elettronica di oltre un minuto si interrompe bruscamente, proprio come potrebbe essere finita la storia tra i due protagonisti. Perciò se i due archi tematici sono ispirati da affetti, si fanno strada anche i tentativi di ricostruzione, che per forza di cose non procedono mai per linee rette. In mezzo a salite, deviazioni, momenti in cui sembra di essere tornati al punto di partenza e ballad un po’ cinematografiche in cui la memoria può muoversi pure senza una vera destinazione, anche i luoghi ordinari finiscono per assumere una forma diversa.

Ciò che non si può cambiare

Così, tra separazioni, morte, dolori e possibilità, “Lost Weekend” invita all’ascolto. Si chiude con un reprise in cui riannoda tutti i fili del racconto con una chiosa pacata: “Andrà tutto bene, io e te”. È una sorta di eternità, ma con una clausola che sembra riguardare più il presente che il per sempre felici e contenti, in un finale che fa davvero pensare che, tra gli alti e i bassi della vita, Phoebe Bridgers in questo lungo weekend abbia finalmente accettato ciò che non può cambiare. E a non fidarsi troppo delle promesse.

Tracklist

01. The Outside (03:58)
02. Lost Boys (04:15)
03. Kill Me (04:42)
04. The Governor"s Waltz (03:27)
05. Bobby (03:59)
06. Lost Weekend (03:39)
07. Haunted (03:35)
08. Panorama (02:47)
09. Still Standing (03:56)
10. Liberty Tree (03:18)
11. Never Going Back! (01:43)
12. Other Plans (02:20)
13. Lost Parade (00:56)
14. I Can"t Wait (03:37)
15. As Above (04:25)

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